- L’ora contorta -
E quando sulle schiene d’un incontro
c’è un battere di pioggia fastidioso,
nel tempo raro, fertile di amori /
e quello squarcio sulla bocca a dire
che non dovevo perdermi /
senza precipitare amore crudo,
nel fitto sguardo muto che si sporge
là, dove tutto il corpo torna sangue
al suo rasoio. (Oh, mio capretto,
mio embrione liquido
sull’altare : questa forma è d’amore?
Sii tu a mangiarmi!
nell’antro pauroso del tuo grido).
Io, sono l’ora contorta,
sono quella gente che all’apparenza
non s’innamora /
per la paura poi di raccontarti
come mi sento.
(Allodola allodola sbatti l’ala /
corpicino ascensionale alla pace :
vorrai divorare il tuo insetto!)
Sento il vento che fruga sotto pelle,
non svuota il buio l’anima in tempesta /
le vene, tutto il corpo,
questo grembo deserto
tremano gracili. E si cede
a terra, alla fine della terra :
recisi, menomati / esili gelsi,
qui si scava più d’una fossa.
Il tempo resta, cercando
d’abbracciare l’ora semplice,
lasciando zolla smossa. Respirabile,
senza nessuno schiocco di mitrale :
che io non sia più Lazarus!
Nemmeno vegetale,
intrisa dagli eventi. Solo donna!
Swan
*
- Felicità rincorsa -
Tanta felicità dà le spalle a chi l’osserva. Cala
nell’ombra, come a nascondersi : finge a chiederci
se esiste / se è solo questo brivido. Se segue
un dono come la manna / o altro dolore,
in una notte che oscura la retina.
Swan
*
- Le donne sole -
Le donne sole /
non sono donne malate : sono donne
dentro i secoli, a cui il tempo ha svuotato la grazia.
Sensibili / mancano dei loro corpi, dimenticati
in qualche letto sfatto, quando s’infilano
nel vuoto di qualcuno (non manca mai un uomo).
Ma questo non significa essere morti : la bella vita
aspra, è il laccio su una carne esangue / e forse
a tratti allegra, prima di darsi una risposta,
quando al ritorno conta
il passo verso casa.
Swan
*
- Effimero -
Donna inferma di letto,
quando viene l’amore
devi mettere spezie nel tuo sangue,
sdraiarti dove canta il lupo
e spargere i capelli d’acqua
su una fresca presa di rosa.
E l’umile uomo di cenere,
ancora poco e invecchia
come un giovane cedro di brace,
quando la fiamma lo ha redento.
Così presto
cesserà la fame?
Swan
*
- Questa è la fredda e avvelenata saga -
Eppure passa un sorriso, un lamento,
uno sguardo profondo /
ma al di sotto d’ogni santità. Un mondo
dove l’altro può anche ucciderti. [Oh Caino
Caino, sei sempre stato fratello? o identità].
Dove tu puoi essere il mostro, quando accade /
nell’occhio è intrappolato il segno : la follia,
se l’unghia che ti lacera, se il frammento di pelle
è del tuo demone.
Questa è la fredda e avvelenata saga
dai segni di morte : è un vivere in fuga,
di porta chiusa, e il vuoto si contrae
a tessere il delitto /
è come rivoltare nella piaga il tempo,
lo stesso canto : un trauma, come la nascita /
lo stesso volto sfigurato. E l’urlo
incarna in sé le viscere.
E’ questo il nostro testamento? l’eredità?
O un retaggio di beni spirituali,
da cui dobbiamo sorgere. [L'incontro
con l'altro segna un sigillo,
un segno di elezione, che nega un dio ctonio].
Come si aggrappano
le domande. Si aggrappano
come i morti.
Swan
*
- Precaria –
Il fiore è teso, vergine / poi deflorato, e il desiderio
è in una condizione amabile. Che cosa desidera
la donna. Cosa desidero io : il gesto del giglio
incurabile, che s’apre in una luce verginale,
nelle sue parti più sensibili. O lo spasmo
della fiera, quando resta a spiare
il mio fuoco
sommerso.
*
L’anima non è vischiosa, non è visibile,
ma non riuscendo a contenere morte, incarnata
mi diceva : sei viva! [io,
fino ad irrompere]. Se l’occhio è nudo,
non penetra nel nulla : mi farà uscire
dall’apparenza, dalla superficialità. Non chiedo
che l’eternità sia questa. Una voce,
finché è intatta, interroga se stessa [e tutti
quegli spiriti, che nutrono i miei globuli di luce].
*
Tu, Dio dei miracoli : mi svesto per te.
Rendimi la forza! Fa d’ogni perdita
un ramo in fiore. Fallo penetrare
a fondo nella carne /
nemmeno osservando. Lasciami
la mia intimità : che il fuoco del sangue
sia morte felice / il mio talento del dolore,
fin che l’ora vorrà toccare la mia pelle,
in brividi / su brividi. Ma non con le sembianze
della bestia.
[Il buio, scarnito e levigato
dalla nebbia dell'infanzia inghiotta
quello che in bocca è rimasto].
*
Donna debole, eppure maestosa / ma coi polmoni
di un annegato. Cessata la carne, si traghetta
l’esistenza / e il lutto è di tre giorni,
ereditato dall’unica Maria. [Che tu mi benedica.
Sempre] Ed io : figlia
increspata nei vivi, ancora qui a recidere gigli,
come in ogni iniziazione alla purezza / dove le cose
accadono, per non sembrare il proprio lutto,
il senso lacerato, il sangue un grumo,
una voce esasperata / io : mia sconosciuta
inarrestabile / virginea superficie / e vortice nel fondo,
abisso : non voglio più sentirmi così sporca.
Swan
*
- Nel passarle attraverso –
La notte, un rito di passaggio, vita-morte /
la notte : speranze di viaggio segreto,
e tutto questo buio, coi corvi sul cuscino /
è una bocca che si scuce : scuce e grida,
l’onda getta tutti gl’incubi, come
un tentato suicidio. [E' l'onda dirompente
di una gemma dormiente senza pace].
La voglia di vivere : vittima pura delle voragini,
nel resto d’ogni ora s’aggira affamata /
come tante altre fiere, fiuta il mio sangue.
Ma stare alla terra / come le vene scarlatte
d’una tempesta fa dei suoi traumi /
o tra falangi e tibie, cosa esorcizza :
la paura di morire?
di non essere? [quante volte
sento : "io, sono"].
Lesioni / solo lesioni : la visione è di una donna,
le mammelle superbe senza latte, e un sudario
senza impronte.
La morte : l’ossessivo dialogo con me
dall’esistenza / si crede una fanciulla oscura,
un unico viluppo.
Se solo diramasse un po’ di luce,
in quella parte di me che si offre intatta
nel passarle attraverso. Non è più dell’amore
solo un corpo sudato / ma chiamo
quel Dio buono, che non è terra
di confine, a confidarmi ciò che resta
della mia chioma sparsa.
Morire in pieno sole, stesa sul pelo dell’acqua
con la mia malattia / mutamento, follia
o la potenza di un embrione nuovo nello spirito;
ricominciare : è il punto fisso,
ma non come Lazzaro : ci tengo a sottolineare
che vivere non è così, non è qui, ma oltre. Là,
dove la luce è un fuoco talmente vorace
da purificare il sangue dalle tossine
di ogni maledizione.
Swan
*
- Per liberare una donna –
Vieni silenzio / vieni sonno,
vieni cuore della notte.
Nel pensiero c’è uno sguardo buono
che percorre tutto il corpo / lo percepisce
farsi carne di farfalla : il palpitare, umido /
il senso brucia pieno, quando sorge lingua,
o s’adagia, d’abito bianco, sul pelo dell’acqua.
Lo specchio sorride /
se possiede i lampi dell’anima :
scruta le gambe e sveste, fino allo sguardo,
anche nel suo morire. Il non avere
più un nome nello spirito.
E qui c’è una lingua mozza, rossa di globuli /
una rete metallica contro il palmo
che preme una lotta sul grembo :
angelo nero in travaglio. Questa
è la vittima [di sé]
Rimane l’amore : quale docile frusta /
rimane l’esilità di un corpo, un frammento
d’inquieta tenerezza. E’ stata data la ragione
per scagliare le acque / e l’onda
più sinuosa, per liberare una donna
dal suo male.
Swan
*
- Natura sia –
Dimmi di quell’alcool che non snatura / natura sia, il verso
“per come sono io” e invada questo ciclo zoppo. Natura
buona, sia [riassumere sembianze] “figli tutti
d’un solo Riscatto”* E sia : che il formicolio
non prenda nome d’estasi.
Si perde la fame di un rumore / uno schiamazzare
di intenti, e cadi in quel luogo che si dice
comune : che rivolge
o avvolge l’attenzione ai lembi, rossi, per il sangue alterato :
stordisce la voglia di pensare.
Sobri : lo si è da alcoolizzati /
illusi dai morsi di una vita
dove nessuno campa
secondo i propri stenti.
Inutile dire, [di non facile lettura] :
che è il problema degli emarginati : gli “altri“
“noi” : l’ultima strofa / noi tutti siamo acerbi, in quel frutto
senza più albero!
A terra, nello scarto si divora
la radice, rigettata.
Swan
Solo questo verso, ispirato: *“figli tutti d’un solo Riscatto” (Manzoni: Il conte di Carmagnola)
Chiedo perdono a Manzoni! essia!
*
- Si sta così alle pause -
Del lungo silenzio / o “largo”, che sia, con ossa
legate alla casa, di stanza in stanza si misura
la distanza degli affetti : [si starà comunque
fianco a fianco, nella fossa].
La presenza va e viene, svanisce, si smarrisce,
s’accavalla. Non si sa chi pensa / qualcuno
pensa e basta : ed è affettuoso
quando è soffio selvatico,
sussulto.
E tu / mia Radice di Jesse :
ecco tua figlia / frutto salvato in quell’assalto
al cielo. Se lento tu volessi risucchiarmi
il succo, in te stesso. E’ l’amore che ramifica
la potenza del sangue / Dio ama :
si è ingannato Dio?
Non qui /
non c’è linfa negli slanci stanchi : [Tu,
che non sei pipistrello] la luce non s’impasta
al buio : si staglia /
oppure se ne viene fuori [io] attraversando le zone
grigie / anche a scendere dal letto sfatto
senza prendersi cura
dello specchio.
Magra lupa : [di molti figli grati] tu, “eri“
quando accendevi i fulmini?
o “sei” ora, in questo annullamento.
Si sta così alle pause, arsa
come una strega,
si sta così :
la cenere alle mani / alle loro vocazioni.
Swan
*
- Una voce imperfetta -
A rafforzare l’idea che siamo umani
è la coscienza del disastro : che poi l’amore c’è
ma è sperduto / come un feto ingannato
dalla sua traslucida membrana.
Domani e ieri / non escludono il presente
a chi riesce a sopravvivere :
o s’invecchia rapidamente dentro un letto /
come uno spettro rugoso
che recita una didascalia
senza più corde.
La vita può sembrare un’allucinazione /
o un informe bambino
dagli occhi sgranati su un sottile sistema
tutto da scoprire :
una voce imperfetta, svuotata, senza echi [o: tragici]
e senza significato / in certi termini. Poi c’è il midollo :
la “Creazione!” e questo ammiro : le nostre lotte,
quando non è una fiaba chiusa :
poiché, vertiginosa / prima di tacere
per sempre, la morte,
inoltrerà l’infanzia.
Swan
*
- Come diventa un vivere –
Se non si vede /
come mi guarda la vita quando scappo
da ogni amicizia in cui mi specchio : e poco mi rilasso
nel sentimento che dimostro [o: parlo di me e: parlo, parlo].
Occhio che scruta / e non è la trinità, ma solo timidezza,
o quel polline di insicurezza che non matura.
Eppure / me ne sto
fra questo lenzuolo stretto
ai fianchi del disagio :
e ascolto il cardio quando stona / convinta
che questo chiudermi rimedi il titolo
di una anoressia sociale / che sfoci
nelle turbe dell’infanzia,
o nel DNA.
Ma sono io la preda : o sono il mostro
che mi viviseziona e spreme il sangue grumo
a grumo : considerando che scorre ad alibi.
Smontare un alibi : lasciarsi amare / la vocazione
del buon vivere : una pupilla che non muore e giace,
ma innalza le sue farfalle, come la voce spera
e dispera in altri vivi : guarda!
come diventa un vivere [e tace: "io sono morta"]
e non significa, che a volte sia tutto superiore al freddo :
scrivi con la lingua /
se non hai più dita.
Swan
*
- Fra parentesi di fame -
Sarà morsa la mano che nasconde il pane /
i crampi vengono dal fondo : la fame ne è stata presa
e vedi! : portala alla luce / o basta la dignità che nutre
grazia [o: muore] sulla povertà?
Ossicino di bimbo sta alla vita [tuo spazio: non vizio]
dalla pancia gonfia, in una meraviglia d’occhi
a sguardo spalancato, giochi alla morte
quasi nel sonno / a un palmo : tenera caduta
dei tormenti e la parola tace o parla / sola.
Un bimbo lotta, con qualche forza in Dio.
Un uomo smuore, fra parentesi di fame / si astiene,
senza ricordo, dalla sua pelle.
Parla, la lingua secca : parla da sola.
Swan
*
- Corpicino, corpicino –
Quando non è l’amore a sostenere l’ossatura : si cade
in questo trascinare : trama essenziale di un dolore,
un lutto che ha sempre fatto strascico, un cedere
avanzi di lingua / di questo peso la parola.
io / che mi do per morta [o: fossa] quando la vita scava
per riesumare il corpo e luce “è”
la prima cosa che si vede : sbianca la retina,
restringe la pupilla fuori dalla malattia.
Corpicino, corpicino
che conti i capelli dei diavoli,
raschia il male da tutte le ossa : o sarai santa,
interrata come un giglio macchiato / di carne.
Swan
*
- Ondata e rigetto –
Sonno innocente non si cura / spalanca [interrati
siamo ansia che dorme] fra i sogni si muove lo spettro :
la vampa / e a visioni è gettato il buon pasto. Morte stringe
la corda apparente : il risveglio calca un urto / controluce,
come un sasso tirato con forza sul cuore : non è mitrale
melodica / è schiocco, è pietra focaia allo sterno / e la voce
non basta mai. Urlo : ondata e rigetto.
. . . . . . . . . . . . .
[Poi, un coagulo è tregua : la fede non cade, astro si radica,
non cede alla scoria] La gola è in piena di luce / mani
che venano sangue alla pace. Si schiara un sorriso,
l’amore non spacca : denuda.
Swan
*
– Per somiglianza –
Le vene che si colmano : l’attrattiva amorosa / l’intimità del grido
il cui sangue è sull’altare; [o: vero] non il morso
o il sorso lungo, ma una lingua breve / devota,
che si quieta in una gola : il senso solo
fra l’apice e l’abisso, che ingoia tutto il bene : il pane,
il vino, [il grazie dovuto, in grazia ricevuto] L’amore /
l’intuizione infallibile : è possibile volere veramente bene.
. . . . . . . . . . . . . .
Nutrimi, ti prego
e mangiami a tua volta, avido, [affamato] fra i mortali,
come fossi io quel pane [tuo] sul quale è inciso il carme sacro,
di stigma / lieto : per somiglianza
a un volo delicato di farfalla.
Swan
*
- Soffia soffia –
Prende sempre di notte questo senso di chiuso -
lesi ai muri si striscia / la notte : tutto il sole disperso
scende in pasto alle ombre / a bocche piene di tarli,
di grandi orchi e neonati, a feti raschiati, al rifiuto :
è un rumore assordante
è l’orrore, l’errore! -
Confesso il mio male, spesso / mentre chiamo il mattino. Ti chiamo
Radice di Jesse. Oppure una voce di santo, nel giorno,
dal pane, dal vino / dal fondo. Lucignolo e lume
dei miei molti specchi / che non sia il mio vuoto
a parlarmi. Mi lasciai divorare
e mi trovai nel buio.
(Ma anche lì /
anche lì io ti amai).
. . . . . . . . . . . . . . .
Soffia soffia sulla brace :
che diventi un fuoco comune. Fiamme su fiamme
vengono elevate : si giura che non cesserà il calore,
si giura per la fraternità.
Luce : sfarfallio sul polline dell’ora /
nessuno mi trattenga : che io ne beva
e ne viva.
Swan
*
- Questo altro luogo -
Uscire dalla terra è la mia meta / o metà : come luna,
che a poco a poco si fa piena, come il senso stesso
della vita / avuta, con una buona memoria,
in un batter d’occhio / d’amore. In un batter di fede :
ci si concede questo altro luogo, così vicino
al cielo, o lontano, dipende (…)
Siamo in un corpo di errori : ci siamo contraddetti
in un pensiero gentile, nel dare di noi solo il fiore, nel fare
e disfare / e dire. Non riesco a capirti, mio Dio,
non riesco a capire cosa pensi di me / e se oggi
non vengo da te è perché sono pigra,
ma ti amo : e sono spesso colpita
da questa evidenza.
Se vivo di me, è minore /
mi ripeto nello stesso errore :
non so stare.
Swan
*
- Frammento di un ricordo amoroso -
Era deposto in un tarlo di grembo, l’amore, in quel lasso /
fra l’embrione e la fossa. Come un fulmine che saetta
di scossa in scossa : s’addossa questo fare a un omicidio / e si rivela, ora,
quanto pianto porta il sangue al cuore : a grumi / che tutta la tua vita smuore
a sforbiciate : sforza un passato che non vuoi per te.
Ma c’è, è lì che ti divora / rigetta qualcosa di tuo : odore inconfondibile
e chiede la vita / seme, radice inevitabile,
stigma di giunco : raschiato sul nascere.
Chiedo la grazia : il perdono! Ho perso di me.
Swan
*
- Di vita -
Riaffiorare / per rigettare il corpo nella vita :
ci sono albe rampicanti, più potenti : ieri, di me,
di ogni lunga e radicata malattia. Dormire : rendi a me
tutto il sonno / rendimi la pace, il giusto punto di luce,
con pochi corvi sul cuscino. Scacciando la paura,
dire che voglio il bene : dire grazie, il pegno
cancella il segno nero / l’ombra : le lingue troppo lunghe
della notte.
Nel regno, mio, di lotta, non spiarmi la caduta,
che sono sempre io /
ad abbracciarmi : a massacrarmi.
Swan
*
- Chiaroscuri -
Sola : si guardò nell’amore che mancava
per sé stessa / persa dentro il volo d’una tortora,
posto in una stanza : ala sbattuta contro
un vetro semichiuso e lì, c’è il terrore
di essere viva. Questa : riconosco
di essere lei.
Swan
*
- Ci si confessa –
Si eterna ancora quell’attimo vicino di unione in noi : ci si confessa, con una vita
tagliata male sullo sfondo. Un bene dove riposa il sangue / dove l’incontro si perpetua
senza stanchezze.
Quante vite ci attendono : nove, come i gatti -
o tante quante ne fuggiamo / e tutte così brevi,
incrinate e ansanti -
oppure una
interminabile.
Swan
*
- Mistico -
Respirando da vicino, dentro, non si soffoca. Vivendo
negli occhi il sole / dissipando nebbie e barlumi : sapendo
il sapore / la nostalgia! Sentirsi neve di pioppo
al vento : una malizia che presto si cede.
Benedetta la mia vergogna : di ogni creato fra i molti fui una
e unico fuoco di un solo fuscello : in un tempio di luce la morte del buio
segue sempre il pudore / la purezza, l’incontro, nella retina chiara.
Vorrei essere un buon pezzo di pane : semplice, sminuzzato
dalle dita sante, in sacrificio al dio della pace : fare mia
quella voce di un padre che nenia il tempo mortale del figlio,
che stilla passione al costato (si contavano tutte le ossa /
come rami di gelso scorticato)
dove l’ora santa s’incunea / come un raggio che incide
il profilo di un’ombra. E la morte è fanciulla
di una buona speranza.
Swan
*
- Ero nata –
Smania la voce : una fioca di luce non tronca il respiro/
ferite di taglio le pieghe di vita / e si annaspa in un dito di buio,
di tempo insipiente, recesso, concesso in sequenze di ore / e non è
di minuti il trapasso, sommesso
tra le spoglie / il travaglio
di un pianto puramente infantile.
(Ero nata : di acqua /
di fuoco.
Ricordo).
Swan
*
- Poi resta questo salire –
Si solleva l’idea di sorridere, qui, intorno agli occhi
questa sera : si dirà che gli occhi mi sono cari
come quelli dentro
a chi è morto -
tutto questo ora /
e tante volte prima di quello che si crede l’ultimo saluto.
Saluto con un bacio, di solito, la bocca /
ma senza far finta di giocare ai fantasmi. Una qualche isola
in fondo agli occhi la si trova sempre : lì, ci si incontra
in un luogo notturno, ma bianco come la neve : oh, annegarci
in tutta quella pace
dove la voce torna amica : di quanto ancora è vicina /
dove ritrovo una madre che mi stringe la pena : tutta,
contro la vena che gruma
mi guida le caviglie / ed io che affioro
verso il dio della bontà.
Poi resta questo salire, nella tarda lava della sera : sembra muoversi
in lontananza, nella luce bianchissima
non già morta ma vivente / evanescente
nella regione della quiete, senza pensare ad altro
che all’amore, ripetendone il nome
in tutte le sue sillabe.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Vita, tu sei l’unica bocca
di cui non so essere lingua. Vita dell’insaziabilità,
non divorarmi ancora.
Swan
*
- Il profilo delle cose –
Torna da te chi scambiò con il sonno la morte -
la luce qui è un taglio / una lama s i l e n z i o s a
che si gira e rigira nella retina : lì
s’aggrappa l’orizzonte, lì la sagoma del giorno
e la sorpresa di rubare tempo all’ora : che si tende
al polso euritmico la pace. Tende, rovista nella brace,
rende / e attende il battito
di un corpo unico che nasce come allodola: nel nido
posto nel grano in erba, nella penombra umida del solco.
La vita è umile : un sassolino
che il bambino porge alla madre.
A volte solo un lutto, senza travaglio : qualcosa
come un non-luogo.
. . . . . . . . . . . . .
E poi farà di nuovo notte / torna sempre
la notte : nel sonno, nei suoi sacrari, ancora
sarà la piccola morte
a sperperare il proprio ingegno.
Swan
*
- Il vuoto e la parola -
Sentii dire che c’era nell’aria un sasso – e un vuoto intorno al sasso. Sentii una parola
che dispone il vuoto intorno al sasso.
Sentii la parola fatua allungarsi nel vuoto : era la mia -
vidi il braccio lanciare il sasso sulla parola, vidi le sue pesanti rotondità
protendersi
nel vuoto.
(Nel vuoto:
si sta come il mio gatto a sera, dentro
la sua piccola fossa).
E io : giaccio / gioco
e attizzo tizzoni ai piedi
di tutta un’illusione -
smuovo la brace, soffio un incendio intorno
al sasso / al vuoto. Ma la fine
si ribella alla mia cronaca : il sasso
precipita,
come precipita il vuoto
della parola.
Swan
*
- La Passione -
Tu, la Passione: solo -
e non so quale croce
ancora potrai reggere: è nostra
la croce, se non appesi e tu
la levi, alla vetta, nel tuo nome
d’amore.
Spogliare le tue spine, abbassando
il capo: congedo all’ora nona, spiri
condanna, il costato trabocca
per vie di sangue e acqua.
Intimità, tu, mio maestro: tienimi
e perdimi le piaghe - salvami
togliendomi la collana dei morti -
(salvaci: anche dove le fiamme).
Tu, promessa presente, io un nulla infantile:
il neonato è donato al suo respiro e vive
in te. E vive, dopo, presa coscienza: in atto
di resa (come donare:
- mi rendo a te)
Non brucia il pianto a parole:
è rotto in tante gole unite, oggi di te,
in una.
Cado quando tu: il silenzio. – Contusa,
sotto croci e croci -
(tutte le voci. Le Croci, o una sola.
Una).
Santa,
di pace.
Mi alzo quando tu vuoi avermi
pur viva, come il buon pasto: pezzo
di pane semplice che sfami.
Che sfama. (Già ora
rendo grazie).
Tu, quando io frutto in suono dolce
la mitrale, rendo pace: il pieno senso
di grazia: un punto aperto: qui.
Così rimango: sposa, alla tua terra,
così, rimango zolla.
Swan
*
- In tono discorsivo -
Ci si risveglia molto in fretta dal nostro male, mettendo
frettolosamente a posto la giacca, torcendola
sullo stomaco, come a nascondervi
un pezzo d’angoscia pura.
(Un tono pacato, questo, discorsivo,
che si sospira dopo il caffè).
Si sospira la propria presenza: qui, vivi – male – ma vivi
e stai ad ascoltare: l’umore della pioggia
oggi è terribile: singhiozza, come un respiro monco -
non si tratta forse dello stesso struggimento
che fa di noi immagini staccate, che si seccano,
lentamente, ingiallendo. Sole: si accartocciano.
L’oggetto che tanto si desidera, tenendo la testa
a lungo sott’acqua, in un movimento di va e vieni,
non è forse sempre assente? L’affetto è qui,
in quest’asfissia,
ardente, eterno: ma l’amore è più in alto, più alto,
e il vuoto rimane, nel linguaggio che oscilla
vacilla, e si tendono braccia, levate, ramificate
come glicini al nome della luce.
Swan
*
- L’attesa -
Vidi il mio vuoto chinarsi sull’acqua, vidi la pupilla
ghermire in profondità, respirando il freddo (lo sentii,
il freddo, misurare lontananze).
Se poi l’attesa diventa tempo fermo, senza altrove,
con una insensata congiunzione d’amore,
e se non è più parola amorosa, ma voce guasta -
sembra che sia viva ma non si muove:
è speranza imperfetta, morte, malata resurrezione,
estenuante illusione della memoria,
e crea una bocca sola, e voce rotta, una,
solitudine.
Swan
*
- Affettuosamente –
La pupilla segue il pensiero, che non pesa -
la luce prende risalto, è pura e nitida come il sorriso: essa
è la lettura di ciò che non fa male. Precisa, completa, rifinita,
definitiva, essa mi lascia nel suo spazio: io ne sono inclusa,
dentro l’Immagine di ogni immagine. L’Immagine (non un luogo comune)
è ciò in cui io sono inclusa: nell’Unico (non come codice,
ma un germoglio, limitato e assoluto),
con le teste che si sfiorano
sto bene, oggi, che mi vedo e credo. Prima, anche
e dopo, ramificando
affettuosamente.
Swan
*
- Quando del dolore non si parla -
Del dolore, per profonda che sia la ferita, se ne parla
come fosse un vuoto d’aria: tanto più rapido nel passaggio.
Ma ciò che è deposto sul fondo, spacca la mitrale: calcola
il disastro, le pupille appese al vuoto, i resti, l’accumulo.
Il disfarsi della vita: progressivo.
Si può anche affermare, che ad un certo punto il grido
venga soffocato, interrando la bocca sotto un biancospino, così,
che tutto appaia astratto, e il dolore non pesi più di un grammo
(il peso, poi,
è solamente un aspetto).
L’aria contraria, non toglie il volo agli uccelli -
e noi ci chiudiamo: nel dirsi, nel darsi, seduti
su una crepa di terra, e non cambia l’immagine
di una morte già in atto, di un fatto sbiadito,
di un sangue seccato.
Swan
*
- A smarrire –
Da un po’ si lascia scorrere fra i pori una parola
che si trascina, impastata di cenere
che non sa rinascere, accompagnandosi
con la preghiera nuda della pioggia: compagna d’echi
nelle zolle mute, scavando un solo abbraccio,
fra stigma e morte d’una pupilla in ombra.
La voce: priva di grida.
Swan
*
- C’è comunque dell’altro, sempre -
L’ultimo romanzo è un asfalto senza punto,
senza luogo di mezzo (o mezzeria): ricordo
ogni mio passato come un incubo, io,
che non mi so vedere, non mi so credere
quando sono nelle mie mani, e ci tremo,
e ci affogo: non mi cerco più, per fare
e disfare. (C’è comunque dell’altro,
sempre)
A cosa vale inventariare la profondità delle cose,
delle confidenze rese (ne tengo in testa
una folla, o una follia) -
se fossero invece rilasciate ai morti,
quelli santificati oh: quanta verità. Quando qui
gridi solo l’emicrania (quella frigida)
senza comprendere
che cosa sia il silenzio.
Swan
*
- Aritmie – # 1
Con ali di marmo arriveranno
le ore a sorprenderci, di tanto
affannati a una prima scala,
a coglierci o a raccoglierci
caduti:
siamo lì, impreparati, in quelle piccole morti
che non lasciano tregua – e dunque
e soprattutto il buio
dentro.
Swan
*
Esperimento – Intra-Dialogo – #1
Sulla mia ombra mi siedo -
chiamo le cose col nome delle cose: le cose
hanno un nome e i gesti parlano, quando un minimo tic
sfiora le cose:
cade la sigaretta sulla polvere del tavolo, (poca polvere,
possibilmente di farfalla: quel tanto
che basta per l’idea della specie). Sposto la sigaretta al centro
dello sguardo: né più a destra, né più a sinistra -
nascondo la sigaretta
fra l’indice e il medio, come un clown: io
n o n f u m o : so che è una bugia, ma io
non fumo.
Swan
*
- Si può pensare polvere -
Com’è bianca la neve del sonno: – una piccola morte, copre steli di sogno.
Com’è dolorosa la fitta del sangue, quando svuota di luce la vena, o s’aggruma.
Quando la notte s’inoltra senza cuore, s’interrano gli affetti (i sepolti vivi)
e cosa si trattiene: – si può pensare polvere, si può pensare cenere.
Swan
*
- Gente sola –
Sola, gente sola. Sola: - è un istante -
con quella solitudine, i lobi premono il pensiero,
tanto emarginato, così -
e l’istante torna: dichiara da una vetrata opaca
che si manca d’amore.
Amore: è dentro che s’irradia, così,
per cogliere riflette, tace,
si scontorna.
Swan
*
- Solo un interno –
Occhio non affuoca mattino, né frantuma:
è in spirito il passaggio, stregando vezzi e gesti
e l’alba è nella retina (appena appena).
Lento, il risveglio
è nella grazia dei capelli, il nastro che li regge,
il caldo del lenzuolo, anche se c’è un inverno, fuori -
freddo fugge freddo
passa il dolore: corre all’aria come fanciullo ai giochi -
l’amore ama la vista, il vezzo di piegare la testa
quando ascolta, brucia l’affetto: commuove
e lega.
Swan
*
- I nostri cari demoni –
Sentili i sorrisi, leggeri, più leggeri del fiato -
al disopra dell’atmosfera gorgogliano un fluido imponderabile,
più prossimi a scomparire (quasi) al nostro sangue,
in questi occhi sbarrati, esterrefatti,
che la morte addolcisce – (la morte è una fanciulla
e ciò che più dilata non è uno sguardo vitreo:
è lo stupore).
Mani vuote, senza ornamenti, né tracce di henné,
né briciole di luce: l’affetto è fecondo. Fiorirà,
anche nel giorno della neve - (freddo che non chiama
la fine da una crepa, come in solitudine).
Vorremmo un poco avvicinarci alla morte, noi, vivi -
sentire, oltre, un dolore irrisolto, voce di chi è parte più alta,
sbirciare al di là: – un caro amore.
Prima scavare,
scavare profondamente la terra, comporre un ordine,
come un mazzo di fiori nel fondo, dove deporre a riposare
le moltitudini
dei nostri, cari, demoni.
Swan
*
- L’avvento –
La speranza versa un’ombra segreta, scioglie il grumo dei giorni,
nel ritrovarci ancora puri come la neve, per vie congiunte,
dove amo annidarmi in te, in ogni crepa di quell’itaca
scavata nell’aria.
Abbracciare il mistero, le sue profondità, donando le movenze
di uno sguardo d’anima, a quella retina fiorita
che non trema.
Swan
*
- I suoi umidi archi –
Fino a dove la lingua ha il suo limite: un labbro,
un cubetto di ghiaccio, un long-drink. Un po’ ovunque,
a schioccare parole più spesse.
E posso sentirla scandire
un qualche abbandono.
Memoria che accenna all’amore, tracciando
i suoi umidi archi. Perché è questo
il suo senso più esteso: l’ardore
che brucia i suoi roghi – (appartiene
forse a quella penombra
di due bocche che si sfiorano -
io benedico l’atto, più che confessato).
La lingua è frangente
nel minimo del vuoto.
Lì, sorge.
Swan
*
- Del mattino -
Comunque, l’avvicinarsi alle forme del mattino
è dato dal fruscio di un lenzuolo, dal pulviscolo
che inizia la sua danza, sospeso
a mettere d’accordo l’occhio con la luce
e l’ombra,
ponendo
o inventando sulle cosce
linee più lunghe -
dopo di che il respiro si rivela per quel che è:
un turbamento,
sempre più affrettato.
Swan
*
- In questi brevi momenti -
Mi astraggo, immagine esangue dentro il solito specchio,
inghiotto la luce, lingua assolta sulle mie corde fragili
con quell’aria d’essere altrove. (Il sangue, nervoso,
col suo ghiacciaio si è perso nelle vene. Cadrà
come grandine sul fondo del cuore).
La vita è diventata quella cosa, quella macchia ombrosa,
una figura sigillata, un sogno che non parla d’umanità -
non ha più appigli e fluttua, dolorosamente, senza peso.
La morte è essenzialmente questo, mitrale senza schiocco,
lutto di ciò che abbiamo percepito.
(Dove si è infranto l’amore. Dove si è fermato insieme al mondo).
In questi brevi momenti, in cui scrivo per niente,
è come se morissi. Una dolce emorragia, una consunzione
quasi immediata, calcolata sul tempo di soffrire
senza essere ancora scomparsa.
Eppure, io, non soffro più.
Swan
*
- Raccontami -
L’attesa, nell’immensa penombra dello specchio,
ricordando che le voci vanno a coppie, così
necessariamente come le bocche che si cercano, le mani, così
come le tracce di questo amore (penso
quanto s’espone gradualmente il fiato alle seduzioni). Raccontami
di una carezza che sale, di una pelle nervosa
quanto un lampo a rotoli nel cielo scuro. Te lo chiedevo
a tratti, toccandoti
nella brezza che traccia il buio tra i volti
con la tristezza, nel morbido scenario delle spalle -
e quello scambio amorevole, ora dolce, ora selvatico,
lo sconvolgerci per un istinto nell’aria, prede di un attimo -
corrompere la nudità dei solchi,
bruciare, per un bacio.
Swan
*
- Nel dormiveglia -
Un abbraccio, un muto soccorso amoroso, e siamo sedotti,
stregati nel sonno senza dormire, e nello smarrimento
sale il momento della confessione, delle carezze. Della voce
che viene a ipnotizzarci, a straniarci -
è il ritorno alla notte (nella sete ombrosa delle tue braccia).
In questo dormiveglia, tutto rimane sospeso:
il vento, le ore, la ragione. Niente si esaurisce nell’amplesso,
tutto si desidera, fino alla quiete di una tenera morte.
Swan
*
- Così, ti penso nel mondo -
Si vive per vivere, qui, e il sorriso è di tutti,
soprattutto fra le gioie dei fiati, al riparo dal vuoto,
dal buio, dai lampi, che scattano come le serpi -
Si vive per vivere, coperti da rami di baci
che salgono sparsi, dai brividi caldi, gemmati
da tutto l’amore che scende. – Solo questo
racconto, che indicare un amore è nominarlo, e sorprende
anche più che inarcarlo nell’anima, è sentirlo
sulla punta della lingua, affidarlo a una voce presente.
Così, ti penso nel mondo, fra la vita e la voglia di vivere
e tutto quello che appare nell’attimo,
s’addolcisce nell’iride. Poi, dorme.
Swan
*
- Fino al sorriso -
Soli, ci scalderemo le mani col fiato, per un distacco assurdo
che ci consegna alla notte, a partire dal bene, un silenzio
a tre passi da un bacio. Una caduta di anni, uno sparo
irrevocabile sul sogno, scaduto il count-down sull’ultimo gesto,
senza croci sui calendari, né braci, né voli siderali. Disintegrati
nel vuoto del vento, nella frizione ossessiva dell’attimo -
si sfumano sui vetri le parole, a una condensa di fiati già lontani.
. . . . . . . . . . .
Ma sotto a un altro maggio, ramificato e tenero,
mi cercherai distesa ai limiti, come se dovessi fuggire -
mentre mi sfilo i sandali, bisbiglio ogni parola come fosse l’ultima:
- trattienimi, fino al sorriso, in te.
Swan
*
- Momenti -
Rimango sola a scrivere partenze. Vento nel pugno da tunnel a tunnel,
la mano oscilla e la voce non serve, ad ogni saluto un dolore in più -
è un po’ rugiadare con la mente sul foglio, a mordersi il labbro,
sguardo lontano fra allodole e asfalto.
. . . . . . . . . . . . .
Ora sono qui, con altro da alludere (qui, deposta e fremente):
semplicemente ho bagnato i capelli, mi somiglio, mi spoglio
un vuoto d’anima, un bene che scava
in questo dolce demonio dell’intimo.
Swan
*
- Cosa rimane -
Poco meno di una traccia, amico mio, cosa rimane:
un breve tempo di buio che ingoia anni e braci -
ma questa voglia sul volto spoglia un sorriso (sono cose da dire,
senza malizia.) Sentirsi nell’altro boccheggiare. Sapere
che quanto sto per vivere mi farà morire, più d’una volta,
se come tu ti volti e ti rilassi,
quasi sorridendo, vuoi che ti baci.
Swan
*
- Appena sotto le palpebre -
Parlo di tutto con te -
ora parlo di tutto – nemmeno restassi per sempre
legata a questo ambiente familiare, a sprofondarci
in un destino complice, comune. Ho stretto
ogni affetto come fosse l’unico, in certi sguardi che spogliano
apparsi dal fondo di un uomo, amato, e quella voce febbrile che s’agita
per come non mi lascio avvicinare, mentre scompaio
sempre un po’ di più nel mio guscio, cercando la nuvola alta
guidata da un vento di tortore, che mi riporta in me, nei miei stracci,
sull’ombra scossa di un giunco,
appena sotto le palpebre.
Swan
*
- Risveglio -
Questo risveglio,
movenze di penombra nella stanza,
ricordando che lo straniero era nel sogno, così,
incontrandolo di notte se desidero,
sopra la spiaggia, più vicino al ponte
o in qualche fiume senza fine.
Come le braccia che si tendono, le mani, così,
come i magnetici tracciati degli occhi – penso:
(restano i sogni a legare due corpi, i sorrisi carnosi -
una sera di maggio sull’ansia degli amanti)
Nell’attimo stesso mi oriento sullo specchio, già
pronto a riflettermi viva, e non manca il mistero,
una forma d’inquietudine, per arrivare al cuore
di qualche depressione che non c’è.
Swan
*
- Estemporanea -
Guardami: senza peso, senza peso come il riso nell’etere -
volatile sorriso che appare, e riappare, più prossimo
alla morte di un attimo. Il trapasso è in un limpido sparo
nel sangue di un labbro ridente, nel saluto intermittente
del vaso stirato di un cuore -
e io che sono persa, ma non triste! Guardami…
Swan
*
- Intimità -
Altra luce la mia interiorità: qualcosa di nudo e mistico.
C’è poi quella violenza estetica, a disturbare tanta quiete,
pari a una caduta estrema, esclusiva, scagliata sulla terra
come un dolore riversato, infinito – senza antidoto.
Swan
*
- Il profumo dell’acqua -
E’ perché sono qui che negli occhi la luce s’affolla!
Posso dire: – luce, ridi tu con me. E vedo la luce ridere.
La vita: – un’altra non basta a guardarla,
finché il senso non viene.
Le donne del fiume ritornano con il profumo dell’acqua -
mi guardo ed ho la forza di pensare:
- muoio anch’io, ora,
assolutamente indifesa,
senza vedermi come avrei potuto essere.
Mi sono vista ridere, con la bontà nel cuore,
portando il profumo dell’acqua.
Camminandovi, appena.
Swan
*
- Così -
Così, l’anima: non vuole attaccarsi a niente,
quando le accade di sprofondare nel silenzio.
Swan
*
- Pausando -
Fu il vento a vestirmi, come di sfuggita -
semplicemente quanto un fiume l’eternità.
Swan
*
- La somiglianza – (col mondo)
Non è apatia, come spesso si dichiara,
e non manca l’accadimento, né la parola nuova, dentro,
quando ancora sbatte il vento la porta
e appare confusione dove si vede un vuoto
così terribilmente colmo di tracce.
Pop art in copertina:
piume di carta e scimmia albina,
gusci d’uova, una sola identità,
avanzi di cucina, i prezzi alti
la galleria la mostra (…)
Nel degrado di un giornale
lei si aggrappa alla sua faccia
lui la vorrebbe dimenticare
nella sua lingerie irresistibile.
Tutto accade fra amore e dolore:
un assalto all’anima, come un vino freddo -
nulla si disperde, s’incontra in un sussulto
e durante la caduta s’apre l’affinità.
Avrei voluto avere il mondo, capirlo:
ne recidevo i gambi con qualche ingenuità -
avrei potuto averti | avrei saputo amare.
Swan
*
- Si dice che c’è pace -
E’ caduto il sole | un cristallo nero -
che valga la noia di alzarsi per coglierlo?
Siamo tutti così sognanti,
e feriti -
(una donna vestita di bianco
aspetta una risposta)
Venivano gli eroi ad aiutarci, con le ali nel cappotto -
non torneranno | non torneremo.
Non avevo mai pensato che saremmo tornati.
La violenza di un aereo sui vetri (fosse aquilone per un sogno)
a saccheggiare questo silenzio -
una sorda comprensione dell’amore,
poi le parole che urtano la lingua,
con nostalgia. (Con gelosia!)
Infine tanta quiete
ricomincia | tutto ricomincia.
Un odore selvatico dal cuore di un cavallo,
una calma appena smossa dalla pioggia -
per sciogliere la vita, i finimenti,
forse
senza infelicità.
Swan
*
- Certe sere -
Prima, dispersa per sempre – io, Lilith,
ero la mia donna, stesa sul letto
in un’aura simile a una palude -
e sono tua quando lascio cadere
in un respiro la voce a metà.
La parola che si compie negli occhi
quando un uomo si lascia guardare
mentre muore, raccolto, dentro sé.
Dentro me.
Swan
*
- Tuttavia –
Tuttavia mi piace sminuzzare il pensiero
appena sveglia, io e la mia quiete -
illusa di non cadere insieme al mondo
quando è scagliato addosso e vedi
che avanzando si consuma nella forma
di un piccolo vago, dal quale si crede
di dipendere.
Swan
*
- Quello in cui si crede –
E se fossimo quello in cui crediamo
diventeremmo puri, o più inquinanti -
amanti veri e santi meno amati,
o menomati sogni nella rena.
Impasto estratto al sole d’un millesimo
e rilasciato verso il centro, il seme,
col guizzo della serpe che s’inarca
con la voluta imperfezione. Sangue
nell’acqua, affiora amata questa preda,
illividita schiena, dolce ai sensi.
Swan
*
- Eternità -
Se il viaggiatore si fermasse
anche solo per un istante,
cento passi più avanti
si sentirebbe una divinità
senza immaginazione.
Swan
*
- Una vita -
L’esistenza, che dissigilla il pianto -
e perdere una vita è ritrovarsi
in una via che segue senza nome,
fra notte e giorno -
(e lei, madre, quando le luci al neon
pulsavano più lente del suo cuore)
quando la luce è lì, precipitata
nelle pupille in un frammento d’alba,
sempre più rosso, più intenso
del nostro stesso sangue.
Swan
*
- Pioggia -
Non consola questa pioggia insistente,
ma coinvolge, come quando l’amore
si versa le coppe e riversa
umettando i suoi solchi.
Si muore, simili a un frammento lirico -
poi si ritorna, appena distinguibili,
ma si rimane inquieti
in questi nuovi abbracci,
e quanti volti scivolati a fianco -
(sapranno che la vita non si finge?
basterebbe a chiarire una sconfitta.)
. . . . . . . . . . . .
C’è in me una donna,
seduta sulla pioggia -
colma d’assenza come le sue mani,
arsa da una sete continua,
dal suo stagliarsi contro un mondo
a volte d’acqua dolce,
che ricade tempesta.
Swan
*
- Ritagli – (osservando)
Un ritaglio d’uomo sotto l’ombrello
e l’ora inizia, mentre un sogno bacia
la rondine nel cuore di una donna.
Quel ragazzo sporge dal cornicione
e butta all’aria pezzi di giornale:
la vita vola intorno a chi la coglie,
o il vento delira e sbatte il suo vortice.
Un pilota è partito per la guerra -
e dal tetto del grattacielo un vecchio,
che lo saluta a lungo con le braccia.
Sotto frantumi isterici di pioggia,
una donna suona il violino, in mezzo
al traffico. Madre che accarezza poi
la fronte spaventata di uno zingaro.
Versano il cielo nello sguardo, i vecchi -
quando una mano libera alla fine
il volo immacolato delle tortore.
Swan
*
- Poi si risale -
Toppe di terra nera con i suoi teneri steli
e un fiume di corrente sempre in piena -
questo è il mio fondo. Poi si risale, qui e là
oltre le siepi e appare la stessa triste melopea.
(E’ tempo che la piccola compagna di giochi
rientri in casa.)
Staremo deposti in questa umidità leggera,
la nuca nell’acqua -
come qualcuno che ci ama, e non ci ascolta.
Swan
*
- Torno dal buio -
La brace dei miei sogni, dentro la brace dei tuoi occhi -
questo è l’amplesso e così ti sento, quando torno dal buio,
in ogni benedetto lapsus del mio tempo.
Siamo qui, per sfiorarci, su questa terra avara,
senza placare quella mutua frenesia di possesso -
(sarebbe stato assorbire lo spirito, la carne
fino all’ultima particella; dell’altro sarebbe stato berne il sangue)
Donna, persa,
che fai scorrere fra le dita manciate di tempeste -
le attorcigli come il fuoco al cedro.
Dentro questa brace di fiati e fieno tu, mio peccato, esisti!
quando evochi nel buio interno delle palpebre
la replica di un volto amato, che brucia, la sua follia.
Swan
*
- Fermarmi -
Fermarmi, prima di sparire, nel punto giusto di un piacere -
mentre il disegno si completa, oltre quel tratto ben descritto
al di là del buio.
Saperti.
Sapermi.
Il cielo in mezzo.
(Almeno so dove ho toccato il fondo,
senza contare i verbi nel passato)
(Una bimba girò l’angolo e disse: sono solo una visione.
S’, stai bene) : (tre passi sulla corda e il suo delirio)
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Qui e là a scrivere il tuo nome,
e una parvenza di pensiero
s’esaspera di graffi -
(oh le mie grida, se davvero si sentissero, in una lingua muta)
Che lingua lunga, tu, (…)
che lingua irriverente
e quanti avanzi d’ala sul selciato, quante torsioni:
- un caprimulgo senza la sua notte,
non sa più il volo.
Swan
*
- Quando m’alzai dal mare -
Non è una strada questa,
non è un giardino -
(quando m’alzai dal mare)
Né il senso impuro sulle dita.
Questa non è una strada,
è solo un lungo sonno -
dove mi trovo ancora
a passeggiare.
Swan
*
- Lasciare -
Lasciare -
(smettere di tenere,
di sostenere,
di stringere)
è appena un graffio in superficie -
il grande dolore, dentro i suoi tagli, è prima.
Swan
*
- A tratti mi trovava (figlia) -
E’ solo uno scatto, con un brevissimo tempo di posa
e sono dentro l’istantanea: – fibrilla d’ala raccolta
nella pelle del giubbotto nero di mio padre.
(Non so parlare di lui. E’ un dolore interrato
sotto giunchi fitti che ondeggiano appena)
. . . . . . . . . . . . .
Geloso come me, sapeva di mosto -
irrequieto, così bravo a recidere sogni,
a spargerli sull’altro lato della sponda, là,
dove non si arriva mai, anche se tendi i vasi del cuore.
(Si rifugiava nell’aria di un silenzio, tutto suo)
Sapeva alzare le maree, liquidi muri insormontabili -
quante immersioni per raggiungerlo, e il mio sguardo segreto
per capire il momento, se era tormento o appena un’ombra.
E lui, solo, con la sua sigaretta,
sempre stretta fra le labbra carnose
guardava lontano, quando voleva perdersi. Spesso.
A tratti mi trovava (figlia) -
quando si inoltrava in un giardino incompiuto,
dove portavo il mio essere donna a comprendersi
e mi diceva la sua timidezza, col sorriso profondo di padre,
fissandosi impacciato, un poco estraneo,
nel fondo complice, amabile, di un vino rosso.
Swan
(A mio padre)
*
- Percezioni -
Specchio specchio di questo mondo, non mi imprigionare -
si cerca il proprio modo di ritornare a un quieto suicidio,
come la suggestione di una voce docile, che s’allontana.
Dietro le belle spalle tutto si piega, incessantemente,
come le zampe di un capriolo in una battuta di caccia -
(osservo la brevità nell’occhio che ne segue
e lo stupore)
Stupore, così legato alla morte, dentro l’ora vitrea
di una notte qualunque -
(io la sua preda)
Illusa, sopra questo letto, che non sia vera, che sia una scelta
o più semplicemente l’effetto collaterale di un’infelicità.
O solo un sangue dolce, il suo sapore,
come un morso sul labbro -
e uno stormire, poi,
che lento si disperde
nell’aria dilatata di un delirio.
Swan
*
- Piccolo mondo -
Viene, l’amplesso col mondo (wenders lo sa)
come un sasso lanciato nell’acqua dall’alto -
la distanza dei cerchi s’allarga al cemento,
alle ali di un’oca che sbatte alla cieca,
in mezzo a una folla distratta
dal fragore di un crollo.
Piccolo mondo,
irrimediabilmente stretto, che s’incendia
e così rapidamente si fa tiepido.
Noi, brace di questo mondo,
sapore di ciliege sotto spirito -
poi, solo avanzi.
E tu,
un suono sordo (fastidioso!)
che dà fuoco alla sua rabbia.
Ma su ogni altra strada
(una frequenza qualunque)
(un’altra seduzione lunga un attimo)
rimanga il tempo,
di non esserci odiati.
Swan
*
- Sentito, amato, taciuto -
Si condensa in un fiato la miseria:
lastra di freddo che parte da dentro -
(e sussurro: – se non ti conoscessi)
quando la bestia è seduta,
immobile, in un angolo,
come un istinto in agguato.
. . . . . . . .
Dio, l’unico puledro libero -
(sentito, amato, taciuto)
noi la resa, correndo allo scoperto,
tastando tutti i nostri noduli
e la mitrale instabile
di tanto, inarrestabile, dolore.
Swan
*
- Come un ramo che si orienta nel vuoto -
Sono morbide virgole interrate
(queste ore)
nella lunga pausa di sole,
oscurato dalle mani sugli occhi.
Se la leggerezza non sa curare
quelle parole rimaste nel fondo
come un ramo che si orienta nel vuoto,
allora è come un rettile,
questa gelosia, l’ala senza azzurro -
è l’amplesso sulla riva caduta,
quando fa tremare le gambe.
Non è odio, ma malattia
che poi si fa ossessione, nel cercare
un altro tratto di deserto.
Swan
*
- Disgregazione -
Era segreta la festa, la stanza era intima,
ma ogni volta, appena sottociglia, fai caso:
- brevi passaggi di figure semplici, (respiro rapido)
che scendono le scale semibuie, e salgono.
Poi gli estranei: – che siano i prossimi ad entrare,
siccome piove o più semplicemente
come polpa carnosa di olive in un drink.
Senza il gesticolare, per dirti: – voglio uscire,
e precipita il sentimento, lasciando spazio al vuoto
che si crea nell’incertezza di essere lì.
(La stessa empatia
ce l’ho con questa sigaretta
che non so fumare)
Nell’abitudine, la lingua istigatrice inumidita,
dentro e fuori dai margini
di ripetuti fogli anonimi, o con il proprio film -
poi chiusi in una busta del pc,
senza una traccia di saliva -
mentire, sul non esserci,
sentendoci presenti, attratti, (o astratti)
buttando stracci e amore sottosopra -
urlando la finzione, ad imitare,
a reggere il filo di tutto questo freddo,
sottile, ma audace, di nessuna voce.
Swan
*
- Entité -
Sono fatte d’assenza quelle cose in sospeso,
ma forse anche di più: – lingue mute, di corda tesa
per un mancato abbraccio che vuole rivelarsi
di tanto in tanto, ramificando consonanti
ai piedi di un altare irraggiungibile -
(a volte sembra come un riso perso,
in una grande cattedrale)
occhi che bruciano visione, così, da ingravidare l’aria,
le curve e i sentimenti -
margini e radici di quelle forme sole.
Solo dettagli -
e mischiati coi morti che vogliono restare,
come un vapore sulla pelle. Per poi sognare i sogni.
Si perdono nel buio, s’aggrappano, non tanto
da impedire al sangue di circolare -
senza vedere vedono la forma dell’amore
nel loro bianco e nero, d’orizzonte cieco -
chiedono l’alito, il soffio, le parole
di chi li sognava senza una fossa.
Chiamano (e donano)
Scuotono
le corde del grido.
Soffrono.
. . . . . . . . . .
La mia porta è la riva,
e io sono la luce lanciata all’indietro -
una voce infantile
che poi si fa donna, profonda,
sensuale, che scrive di loro.
Di lei, in particolare.
Liquida voce,
segreta.
Swan
*
- Anche se è notte -
L’anima è la lingua, la sposa, l’articolazione mistica,
la parola pronta a febbrili alterazioni -
anche se è notte.
Il vento, spesso, ossessivamente preda il rifugio -
(quell’illusione di saper cavalcare così bene la bestia,
chi la riceve, tanto da stare in sella)
Griderei le predizioni, giurerei, se non fossi così entro i limiti.
Griderebbe l’uomo, giurerebbe, non più conforme
e felice, o così infelice d’essere,
dilaniato dalle baccanti.
La vita: un melo sotto i rami -
c’è chi dice che è sperduta. Al viso, o agli occhi.
Forse morta: era un’attrice.
. . . . . . . . . . . . .
Che qualcosa nell’ordinario ci torturi, ci risvegli -
l’unguento poi ci renda il senso dolce, in questa pelle estranea,
e smetta l’invasamento, si comprenda il dolore,
in un cenno di riconoscimento -
e il nostro debole sangue si lasci assaggiare,
si conceda visionario al dio semplice. Il bene libera -
già presi per la giugulare da amore primitivo,
si trattenga il gusto del vero,
perdonandoci un po’ d’essere noi -
anche se è notte.
Swan
*
- poi la gelosia -
accade l’innocenza, abitata dai tanti scheletri -
pur violenta d’amore, di me di te
che solo nell’assenza la sete aumenta
o forse era, o non era. tu, nel segno che ti salva.
così i fianchi, nei loro slanci morbidi,
e quella maglia stretta nella rete, i nodi. i graffi.
così nelle parole, nel letto sfatto e il sogno -
un’ombra negli occhi, e un guizzo mio. fuggiasca,
sepolta in un possibile giardino, scavato lì, nell’aria
sulla soglia, appena.
il commuoversi, ignorando le rondini -
poi ancora il sangue. la gelosia!
Swan
*
- Sogno -
Ah il sogno, che se ne va scavando,
in un graffio di demone, affonda oltre il limite -
e l’ombra sua non cura che al tramonto,
con quella serpe che saetta il fondo,
sfumando, poi, in una finitudine irredenta.
Swan
*
- Un passo semplice -
China, raccolta, nella sua coppa rovesciata
come colei che vede l’invisibile. Oh Theos,
soffiando sui deserti tempesta e tenerezze,
sradica (Tu) da questa donna la belva astuta -
mischiala al sonno immacolato delle tortore,
la stessa seduzione sia lampo-luce all’ala,
e addii, sepolti. All’alba un passo semplice
che a malapena lasci un’orma, nella sabbia.
Swan
*
- Visionaria -
Donna che dormi, fasciata dal buio,
alzati, togliti dai morti!
Guarda: rive e sterpi, ceppaia secca -
sottolineatura della solitudine
è un vuoto che traghetta
al centro della tua stessa anima.
E desiderio dice mancanza.
La relazione -
è dire l’un l’altro ciò che ferisce
così che il sangue si rapprenda.
. . . . . . . .
Ecco, farò scorrere questo giorno,
come un gran fiume in piena
a un livido di uggia -
demonio dolce, amplesso amato,
solito a fieri pasti mi possiedi
con quella tumultuosa irriverenza.
Di visione, nome ramificato
nei versetti volevi luccicare
fra sassi bianchi inciso, a devozione
e benedetto a superare angosce.
Ma senza appartenenza inopportuna,
ombra d’un volo, dimmi il tuo nome -
e poi le risa, i gesti,
presso un cielo interrato,
ed anche la tua lebbra.
Swan
*
- Malinconia -
Queste mani affusolate, poi arrese,
non afferrano nulla.
E si scavano silenzi, nell’aria.
E’ solo noia, lenta (prima era brezza)
si versa liquida nel sangue.
Allodola dell’anima, riversa,
sfuggita a tutte le limitazioni,
lasciando gli echi imprimersi.
E tu,
mio dolce bisturi, che affondi
in una seduzione già straziata,
dov’è svanito il filo
legato al tuo cielo notturno.
Cercami,
se puoi,
nelle pause dei silenzi,
nelle pieghe lunari,
stringimi le caviglie alle radici
della tua terra,
quando mi dorme nello sguardo
una luna di cenere.
Swan
*
- Rivelazione -
Stanca stagione, orma nel gelso -
poiché più cara che la vita è la sua grazia,
lenta spoglio la notte alla sua mano,
mano che mi ha raccolto dalle acque -
svagato movimento -
fra lui, l’unico, e me che sono moltitudine,
lui, mediatore dei molti, attraverso molte vie -
abisso ed innocenza -
affinché per lui, e a colui mi stringa,
che in lui, grazia mi ha stretto all’unico,
prima di tutti i tempi, in lui che non è il tempo
s’adegua la passione al mio respiro – s’inarca,
spirito brucia, lumina visione.
Swan
*
- Dopo il caffè -
Dopo il caffè rimane l’abitudine
di confessare da dove proviene
questo tuo inerpicato male -
come mango che vuol tornare boccio
su terra nera, smossa in superficie,
che a morderlo rimane l’agro in bocca
e brucia, arrossa, poi, tutto l’affetto.
Swan
*
- Certe notti -
Certe notti il dolore è un ramo aperto –
al di là di una visione, una donna,
comincia come un giunco che si piega
sulla sponda sparsa, alla piena aggrava.
Swan
*
- Se pure dire no -
Ipnotica, nevrotica, sottile,
energica isteria che s’attorciglia
alle dita della dissipazione.
Un pensiero per te rimane, in ombra
l’eterna tentazione delle attese -
oh, ricordo sanguigno sugli affetti,
poi, io, fredda fenice addormentata,
ferina voce, brivido alla schiena -
se pure dire no sarebbe un gesto.
Swan
*
- Fossi io -
Fila e taglia lo stame alla parola,
viva e gelida varia fioritura -
estraneamente tu, come me, un nulla
che luce prende fiorendo di brace –
fossi la spina, la piaga taciuta
che s’aggruma al soffio fresco d’aprile.
Fossi io la lode,
fossi io la fossa,
fossi un nulla che luce prende,
e rende, poi, memoria su memoria
sanguigno il sogno, come vino, assolve.
Swan
*
- all’improvviso -
volge il volto pigramente argentato,
un po’ chino d’affetti, tra le turpitudini -
poi si cammina densamente scomodi,
su acque azzurrine di tanta pietà.
swan
*
- Che io ti conosca -
Che io ti conosca, o tu che mi conosci,
e non sia solo il graffio d’una rondine,
né figlia di gente straniera -
che io mi conosca come da te conosciuta,
o virtù della mia anima – così io spero.
Che io ti confessi la mia erba maligna -
e se poi non volessi confessarmi
cosa rimarrebbe di me nascosto,
se al tuo sguardo s’apre nuda ogni fiera.
Swan
*
- Passaggi -
Approdo malato, lingua dimessa,
vai e vieni come un fantasma -
se tu fossi in me, si scava l’inferno
nel sogno ammucchiato ai suoi docks -
poi l’onda, s’incrocia su l’onda,
sui versetti, quando dragano a vuoto -
e itaca sanguina, affonda, con noi -
Swan
*
- Era… -
Erano pastoie, io la fiera,
e niente mi accoglieva -
era tumulto, era opinione.
Troppo grande questo legame
che si racchiude tutto in una mano,
per il tempo di un ramo e le parole?
Swan
*
- La tua sera -
Tu, sei tu, nello specchio, guarda -
la tua sera cerca sorelle.
Non sei a casa, arriverai. Un cerchio, lento,
sfila da sé i suoi anni. Campo nerastro,
s’interra la vena, ma la brace rimane,
ravviva, al tuo cedro schioccante.
Swan
*
- Stracci -
Cenere la notte, che trae dal buio
la sua piccola barca a riva -
e le fiaccole, le feste glaciali,
le mie belle spalle tremanti.
O la vita che appare,
e scompare -
ma nella stanza tiepida
qualcosa resta, qualcosa
che non voglio vedere -
(sta come potrebbe la morte:
quali giochi di pianti)
stracci, sulla sceneggiatura
rimangono gli stracci lacerati
a tamponare
questo universale diluvio.
Swan
*
- Pane del cielo, che io diventi il tuo profumo -
Egli, che calmava le acque agitate,
pane del cielo,
non può dare pace a se stesso
radice d’ulivo in ombra di terra -
di tempesta l’angoscia scuote l’aria,
e nell’ora morta è volato il diavolo,
bisbigliando accostato al suo volto:
- Rabbì – poi lo ha baciato.
. . . . . . . . . . .
Uomini e donne di tanta prigione,
quando è negata a loro la speranza -
numeri segnati, feriti, vegliano
dov’è cuore di Figlio in comunione
(ogni uomo ha diritto
di essere chiamato non come eroe
o con un numero, ma col suo nome)
O caro popolo di carne e sangue,
luna interrata da un male che opprime,
domanda senza alcuna fioritura -
zolla buia di incontri,
e di voci, di croci,
la libertà si cerca nell’afflato,
pietà del fango e della cenere,
per poi scoppiare in pianto -
ci verseremo santi
quando la fede luminando
ci porterà a camminare sulle acque.
. . . . . . . . . . .
Lui, il condannato dal volto innocente,
intrecciato alla corona di spine,
che alla follia risponde col silenzio -
a lui (Lui) che scioglie dalle pastoie,
sia lode pura e grata.
Swan
*
- Nell’ora semplice -
Che desiderare se non il sonno,
se quando vive la notte si lacera -
e pensavo questa donna finita,
cenere, che si stacca dalla brace.
Oh mia presenza, t’ho vista spezzata,
poi infinita, distesa nel suo fuoco
quando ramifichi nell’ora semplice,
che anche spersa in ombra, saresti luce.
E il male, dimmi (Tu), da dove viene,
quale il suo seme, quale la radice -
l’acqua intorbidita non sa morire
o il male sta nel mio stesso timore?
Swan
*
- Fragili coscienze -
Bagliore indefinito che si canta,
sfiorando la coscienza
che m’attorciglio al dito -
l’ho vista spezzarsi l’idea
in una errata smania -
devoto sentimento
legato all’attimo,
sulla via del chicco di grano -
sottile sottrazione – oh l’angoscia,
la distretta, che folla aggrava
con ombre sovrascritte
dal clamore.
Swan
*
- Il senso delle cose -
Oh, Padre, nello spezzare il tuo pane,
guarda alla mia poesia, che sia il vuoto -
vuoto che all’intimo svela miseria,
ne rivela i suoi bassifondi
su rovine tristissime.
E non sia un sogno morente, nel buio,
né pallido fiore o segno palustre
interrato senza solco azzurrino.
Solleva questa donna dal suo straccio,
che santa devozione graffi l’aria
e sia brace l’odore della terra,
zolla scomposta, pena sradicata.
Swan
*
- La dolcezza -
Cara dolcezza, rugiada degli uomini
che ti trascini per gli stracci,
t’ho vista lacerarti -
noi tutti eravamo sperduti,
nubi azzurrine di gente morente,
disseminata polvere di pane.
. . . . . . . .
Ma quando è terra buona, quali vaghi
ci insegni ad amare nelle tempeste,
santo influsso di forza travolgente -
sapremo morire come un dio semplice
che può apparire debolezza?
Oh la mitezza, che non fa rumore,
è in te che voglio crescere -
calca nella coscienza un’orma,
(l’ho vista radicarsi in questa gola,
e gioire d’essere accolta)
esalta la brace con la presenza
e senza lotta mantiene la pace -
ripara il male, trascina le folle
e Dio, che non resiste mai
alla dolce violenza inerpicata
di tanta immacolata mansuetudine.
Swan
*
- Con un cielo nascosto negli occhi – (seconda versione)
La notte è una ferita caduta sulla terra,
gonfia di buio, con un solo quarto di verità -
una trincea di corvi taciuta nello sguardo,
un ricordo sempre pieno, bendato nel cuore.
. . . . . . . . . .
Siamo vissuti come l’erba, ai bordi della strada,
saltando fuochi e fossi a raganella
per sentire lumache respirare umidità,
con un cielo nascosto negli occhi, magri
e pillole di stelle ingoiate contro il male.
. . . . . . . . . .
E poi seduti sul confine, soli,
finire intossicati d’amarezze
di una mentalità analgesica,
che coagula il verso – lo schioccare -
quando tende alla luna, lo silenzia.
Swan
*
- In Spirito -
Mio Luminaio(e)Lume acceso
ala spiegata del mio spirito,
io sono sempre io -
ma questa donna, inTe
può anche essere migliore…
Swan
*
- Salmo -
Spine, sangue striato -
unico tu, fiorisci
verso la gente, tu
e li conti, li tocchi
tutti.
Swan
*
- Come stai nell’intimo -
Oh mio geloso turbamento,
airone delle mie paludi -
viene da te ogni bene
e tuttavia, io, terra e cenere,
lascia che parli le mie ombre scritte
a questa tua misericordia.
Swan
*
- E’ la terra, questo triste guanciale -
E quando, noi, fisseremo la pace,
quando spezzeremo i confini
come pane consacrato all’amore.
Non vivi, non morti, di fradice alghe -
sommerse nei flutti del sangue
s’aggrumano fiere su fiere (feroci all’aorta)
e quale notte dotata di senso
ci vorrà ancora parlare di grazia.
E’ la terra, questo triste guanciale,
la terra, era tutti gli uomini -
e la parola non è destinata
a splendere (cuore pulito)
ma a bruciare (cuore arricchito)
in una notte che segna il passaggio,
il patto sul mondo, al primo fedele.
Swan
*
- La mistyque -
A te, corpo del mondo in comunione,
ai tuoi richiami, in onda sullo scoglio -
un punto fermo nell’incendio mnestico,
unica forma – amata luminaria -
tuo dev’essere il mio peregrinare,
tuo, il mio ramificare negli spazi.
. . . . . . . .
Mi trovo qui, nei panni di una donna
senza asserti, che vuole solo crescere -
Itaca è lì, in te. Agonizza l’attesa.
Swan
*
- C’è qualcosa poi che dà una stretta -
Non cerco gioia all’infuori dell’intimo,
ho toccato tutto ciò che è spezzato
nelle aspre vertebre di questo mondo:
- volto teso, s’accinge a lacerare
l’ultimo residuo di umanità,
premendo l’aria d’ombra fino agli occhi.
. . . . . . . .
Ma la dolcezza è figlia della luce
e c’è qualcosa poi che dà una stretta
ai morbidi dolori, voce canta,
nomi pellegrini migrano in uno:
- lungo momento di felicità
che si rianima nel cuore, si stende
un nido immacolato di farfalle.
Swan
*
- A volte voce muta -
io, vento esausto sulle notti, tuo soffio ritrovato,
da sempre sospesa fra il dire e il fare,
ora sono qui, a segnare la croce, a scorticare il palmo
scavando quella terra, dove tu plasmi le forme:
- quali docili curve, le fisso nuove in te, senza morire.
mia stanza segreta, letto d’amore – a volte voce muta,
in questo deserto metti la fiamma, a mitrale schioccante più del cedro,
capace d’ammansire le mie fiere,
e sradica da me ciò che ti spiace:
- dallo in pasto a una fossa.
*
- Tenere collere -
Piccole maree oscure, nella tregua di questa donna,
e un’immagine chiara, a taglio sulla sera -
con la mano lunare dentro l’aria, a diluire tenere collere
e parola, che percorre lo spazio.
E’ più di quanto non occorra
alla stanza segreta
per la visione, la coscienza,
di un momento perfetto.
Swan
*
- Stava come la vita -
Violavano il silenzio le fenici,
a toccare il mio mondo, d’un grido fatto inerme,
soffiando sulla brace il terzo giorno -
(dolce campanello) l’ora era scoglio.
Diaspro unigenito sanguigno,
stava come la vita, disteso sul mio fuoco
e notte dopo notte,
sul letto numerato di corsia,
lo amai per come divideva il pane.
Quando lo riconobbi, giunsi come la brezza
a condividerne la mensa (e il sangue che s’addensa
là, dove si versano a tu per tu
le cose che stanno più a cuore)
con un vago canticchiare superfluo,
la malinconia che appare e scompare -
non vi è passione rampicante, in lotta:
- tanto s’imbeve, in una malattia,
che non abbia gustato questa morte.
Swan
*
- Intimité -
Affonda, rovista nelle mie nicchie,
e bevi ancora dalle feritoie
della mia svagata mitrale -
tu, mnestico inganno, così voluto,
l’inverno è stanco, come questa donna,
figlia del freddo e di storie sospese,
riversa, arsa, su quest’ultimo altare.
Swan
*
- Quel rivelarsi delicato -
Docile, odorosa brace di cedro,
affonda il mio risveglio rannicchiato
in questo straccetto di pizzo nero -
(vanità lacerata -
a spettri invaghiti, parte dolente)
Così cara quest’ora interminata,
un delicato rivelarsi
(confessioni)
O Theos, che si concede
in quella remissione delle foglie
che danno voce al vento -
nei volti, scarni, sui poveri letti,
anche in chi non crede parola – c’è -
e ai gorgoglii di freddo lungo i muri
cede il suo fuoco.
Swan
*
- Quando si scorge la remissione -
Intima è la parola, quando non cerca consolazione,
come calza di seta, che si venga srotolando alla caviglia -
scrivere, senza compiacersi – il gesto, a scomparire dalle pagine,
e per quanta folla ci sia, dentro si continui a sembrare vuoti.
Esserci, ma in sordina, sull’affocata linea della terra,
come chi di fronte allo specchio,
non vede di sé,
ma dell’altro -
e carità
riveli ai cuori in contumacia
grani d’amore.
In quegli scolatoi dentro i macelli,
l’agnello ancora asperge -
resurrezione non è pestare l’acqua nel mortaio
d’una malinconia che aspetta il buio -
è quando si scorge la remissione
vagabondare trasudamenti di sangue preziosissimo,
dolce fino allo spasimo
che rifiorisce dalle secche di una zolla morta.
Swan
*
- Come un motivo in sordina -
Attendevo questo bacio di pace,
come accogliere un’ostia
sulla mia accovacciata debolezza -
poiché la tristezza s’insedia
con un motivo in sordina, consuma,
e trascina su un letto sfatto.
Tortora senza volo,
un rotto balbettio di luce smorza
simile a quel lampione sottocasa
che nella sera tremola
intermittenti chiarità:
- ansia di nascere
o affoca per morire,
nei suoi lumi d’istanti.
Swan
*
- Ho un vuoto qui -
Respira ancora nelle acque di terra
voce sommersa aderita alla notte -
così dal sonno appare la fanciulla,
che viene meno sul taglio dell’ombra,
quando rapisce la luce dei volti
che iniziano a morire -
(la morte – ala viva che accoglie
poiché a Dio si ha diritto!
il desiderio, la veemenza
santa impazienza viatori si soffre,
sia il suo ritardo, che l’assenza)
ma senza che la vita ci sia peso,
se si rimane gigli senza gambo
su un fremito di vento -
e nella stessa gola, muta l’anima
che si presenta come profezia,
di visione in visione nel silenzio:
- è Dio, senti i suoi passi?
Poi c’è Viola e il suo gatto,
calma le mani sul capo dei poveri -
il Santo l’ha dipinta
d’una tinta che sbatte,
ma quando l’ora era senza peccato.
Se fossi lei, come saprei d’amore -
(non avrei bellezza, né l’apparenza
e tanto da attirare l’attenzione!)
Ma non sia porta
che il giorno sbatte,
ciò che non è entrato nel cuore -
come una nave sugli scogli,
che ha i secoli nel dorso
sul vuoto in cui si schiude,
passi che mutano in rumore,
non sia così,
non sia così -
venga pure la fitta!
leccando il palmo intorno al chiodo
ho un vuoto qui sul labbro -
rimane
attende
e si comprende.
Swan
*
- La stanza sotto i tetti -
Pende stanca, da una poltrona di vimini, in questa sfitta sera
la vita allineata con troppa simmetria -
malattia odorosa d’iris, e di un insistere invadente della pendola -
(ti scrivo, da una stanza sotto i tetti,
menino de rua, tua mammella lontana -
al tuo buio, o solamente al mio).
Cos’è che mi separa dal mondo, profonda angoscia consegnata,
ala abbandonata a sé stessa o a lui, (Lui) splendido intruso,
mia pace
e brace:
dono di un amore più grande
in un colpo di lancia,
sangue, acqua, il vino nuovo -
un cartoccio di marrons glacés,
ma così in solitudine.
I gatti sono tristi senza i tetti, come me che rubo la vista al buio,
assai stupita, di vedermi intorno un’oscurità dolce, per i miei occhi -
ventoso vuoto che soffia le onde della valle, di veglie e di novelle,
donna che affonda le mani nel suo spettro -
quest’ultima Ofelia è all’orlo dell’inverno, lì aspetta, svagata,
e ci sarà cordoglio,
per le fredde, complesse, trafitture.
Swan
*
- Il mio compleanno -
Se l’infanzia lascia il labbro spaccato,
soffia lune nere sulla sua tomba,
per migrare di stagione in stagione -
il sangue accompagna una bimba
a vedere la fine da una crepa
di freddo,
simile all’inverno.
Povera notte che sussulta, s’impiglia a una donna,
così bella da non aver paura
di morire -
che dalla lava
intreccia nidi per le allodole -
fondi corvini fra le ciglia,
imbarazzata, di non aver saputo sorridere
al trauma
adagiato nel grembo, umido, di uno scantinato,
destinata a perdersi, ogni giorno, del suo compleanno -
quasi un alone di respiro, incostante sul vetro.
Swan
*
- Così disposta -
L’umanità va in fiamme e non la so descrivere -
s’affolla un po’ sopita, la libertà, di pensare o non pensare
a quanto una giornata d’autunno mi appare
come labbra tese a un’ostia, dal sapore di mentuccia -
(tanta umana fragilità, rattrista!
creature in bilico al riparo da ogni slancio).
Livide le foglie, tremano la tregua della pioggia -
l’umidità respira un poco appesa ai vetri,
un vento lieve supplica l’odore delle fragole
e di silenzi accorti,
in verità scomposte e al cuore lucignolo rimpiange
ogni fratello perso per la strada -
poiché ogni uomo nel sangue mi versa
qualcosa di buono, disormeggiato
da una grande profondità.
Così, disposta, sull’acqua che mi vede sognare
rami pronti all’inverno,
stelle che brinano sui vicoli, e un pezzo appeso d’agrifoglio,
e tu che non colmi più il pozzo, per trovarvi la luna.
Anche la quiete mi somiglia, cara speranza, che mi riporti a riva,
ho capito l’amore ritrovando me stessa,
e non mi schianto più fuori dal sogno.
L’odore del latte caldo, la schiuma e un cucchiaino da leccare,
e Dori che telefona alle sei, seduta sulla sua cassapanca,
come violastra farfalla senza fiore, di una infanzia poco perdonata -
parlarle d’affetti, dei domani dai rampicanti delicati,
sotto cieli graffiati,
a confessare sogni fra i canneti
e poi parola per il pane e il sangue -
che in certi giorni i grumi si disperdono, nel polline del cuore,
e sembra smettere un rimorso.
Swan
*
- E’ solo lontananza -
Quanto è via breve nella sottrazione -
non avere niente che sorge o annienta,
nemmeno un volto bagnato sul vuoto -
(alba che brucerà di nessun fuoco!)
Sguardo d’astrazione dissacra l’atto,
mischia l’amore a vaga somiglianza,
come falò nel fitto buio insonne
e non è redenzione soddisfare,
se poi riemerge da uno specchio rotto
come condizione che amore chiama,
ma è piuttosto esigenza,
mancanza
veemenza
dal Creatore, è solo lontananza.
(Il Creatore:
- oh, si dirà la perfezione,
che poi nel nome, l’anima devota
è già scintilla).
Swan
*
- Solo una cadenza nella sera -
Suona il sax la città, gonfia di sintomi,
negli umidi portici degli artisti -
e lo spazzino cancella i miei passi,
insieme a foglie cadute alla vita -
così, David, muore lo sguardo,
su ciò che sembra vivo,
e l’alibi è deposto dietro il buio -
(sangue tumefatto, con questo amarti
mi cospargi e rinasci quando esisto)
Respiro David?
Sono ancora? Oppure ora
è solo una cadenza nella sera.
Swan
*
- (sospiro) mai più! -
L’odore è una pianura infreddolita,
di terra bagnata, foglia caduta -
poi c’è un dolore fitto nella mente,
di donna che s’adagia alla sua ombra -
ora non vuole non chiama – non ama,
dona soltanto la sua debolezza -
e una gola riarsa.
O voce dell’ultimo strappo,
non fossi mai stata sepolta -
di tanto astratto – quanto sono viva!
il presente saliva
in una scarpa rossa,
il passato, al vento malato
l’impronta già battuta dalla pioggia -
e tu, nel tracciato il distacco,
(sospiro) mai più!
Swan
*
- Poi c’è Maria -
Parola asciuga l’alibi del buio
e un venire ossessivo per la luna,
che se comprese il senso fra le ceneri
ritorna liberata dalle grucce.
Fitta folla, più sola sempre torna -
di forma in forma la frammentazione,
depone lingua sotto formalina.
Poi c’è Maria che dice: – figlia mia,
rifletti sulla morte, sull’amore,
l’odore del dolore chiude porte
se non depreca aurora boreale,
che in bilico al linguaggio attuale, è oltraggio.
Swan
*
- In quell’umanità di vene piene -
O gola secca sotto l’acquerugiola,
lascia che venga il senso del disagio -
si sperde, lento, se lo allatti poco.
Su quante mani si vive, si svende,
l’attualità di madri infanticide -
non sia replica, né per ipotesi,
d’una insana mammella sradicata,
di lingua scagionata per dolore -
e non sia notizia l’aberrazione,
dentro pozze di quotidiani pregni.
Con passione, si estrae dal buio il giorno,
che sarà il sangue a sperderne l’orrore,
in quell’umanità di vene piene,
dove luna chiara viene, s’immerge.
Swan
*
- Al soffio dell’umanità -
Quanto s’inarcano le acque su le acque,
per non sperare in cose morte – poi si dividono,
riprendono il percorso o s’abbandonano, ancora,
alle stelle che irrompono, per le porte del buio.
Ma il vento agita – nervo di dio -
(non di lui ma a lui voglio parlare)
infiamma le ore più belle del giorno,
grado a grado spinge la vita, che arde -
viene mite quel vento, che incide, cicatrizza,
dove madre e cireneo soccorrono il peso,
e saziano le voci al soffio dell’umanità
che invoca, quando sa che sta morendo.
Swan
*
- Intensamente, nell’intimo –
O radice di iesse, germoglio che spunta dal tronco -
la tua seduzione è una forza, che brucia, tanto più violenta
quanto più il bisogno è percepito, intensamente, nell’intimo,
e il vuoto da riempire è grande, fa soffrire, scuote, fa paura.
Benvenga allora, quell’insoddisfazione che disturba,
come segno che nel cuore c’è brace, dimentica di sé,
che chiede di ardere alla luce.
Swan
*
- Ombra del sogno –
Anima mia, spezza la seducente forma che m’avvolge -
tanto si nutre di passione, e tormenta insieme!
(preme, sulla schiena,
come corteccia muschiata di un bosco).
Portala nel sonno, poiché mi neghi di transitare
liberamente nel lato oscuro delle fiamme -
e gli infiniti specchi, di me, ombra del sogno,
rifrangano una sola immagine, inevitabile stigma,
che lenta si spoglia dei suoi stracci -
se pure a salire, è un’insondabile vertigine.
Swan
*
- Quando l’amore -
Spoglia dal deserto lunare, d’una morbida attesa,
emersi dalla notte, come acqua di torrente,
dissacrando una quiete, che fascia troppo strette le parole -
(parole, sì, parole in piena: – colme mammelle di lupa ai mendicanti).
Calda presenza grata di passione, corda annodata di sospiri,
raccoglierai questi miei slanci, o rimarrà pallida fiamma,
fino a morire sull’affogata voglia che ho di te -
(ma poi cos’è la morte? bellezza fanciulla come appare -
ispiratrice più imperiosa della mia poesia! superba follia).
Nel mio lasciarmi divorare, qui ho cercato di narrarti
quanto ho cantato, per venire a te, calandomi nell’onda più densa -
inerpicata innocenza, sedotta – sofferenza annunciata.
Swan
*
- Ma parlami ancora, tu -
Sono sul piano della luce viva,
non senza te, mio negato approdo, ma oltre -
io sono l’aria sottile del tuo refrain,
pur se palmo a palmo ho contato la notte,
e il cedimento delle stelle,
trattengo appena l’ombra di uno spleen.
Ma parlami ancora, tu
che dividi le acque dei tuoi giorni -
spera la parola, che qui s’accende,
alita sulla nostra brace,
e rende il respiro un groviglio -
poi s’aggruma, tace, a predirmi l’anima.
Swan
*
- Per poi rispondere -
Come tutto attira verso la terra,
e disperatamente in solitudine
spira l’urlo d’animale ferito -
ha poi gridato
un grembo senza viscere,
della sua stessa morte -
ma un gesto può schiudere un seme,
germinare l’intera quercia -
è un frugare nell’atomo
per ricomporre i tratti.
Si entra nel sancta sanctorum dell’uomo,
dove l’anima silenziosa è forte -
se scava la parola,
benedice la più profonda unione.
Swan
*
- Non vi è luogo -
Mio insensato amore, con me ti porto dinanzi agli specchi,
nella caduta vorticosa e frivola, ai piccoli morsi, rossi di fragole,
e non so per quale inerpicata fede, che penetra, sconvolge,
m’avvolge di sottoveste lacera, solo a tuo nome.
Non vi è luogo
ove non cerchi di te.
Mio tassello mancante, sospiro assolto, come ci cercammo -
respiro d’ombra inquieta in questo sangue,
umidore gonfio, che adagia la dolcezza
e l’arco della schiena levigata di speranza.
Non ascoltarmi più – vieni! prima di piangere le notti -
non vi è solco ove non cerchi di te,
al giglio interrato, non vi è ripudio.
Swan
*
- Nel vivere -
Donna, che calza le ali alla morte -
vita, sorella di pianto e incertezza,
le ore traducono, rendendo inutili
e quasi fastidiose le parole.
Nel vivere lo sguardo non ha posa,
finché non si riposa nel suo fondo -
sia lodata l’esperienza del vuoto,
se trasforma lo spazio in accoglienza.
Swan
*
- Ed è una breve sequenza di toni -
Cantava lo stupore la mia morte, (sul ventre ombrato)
e venne a interrompere il filo,
sull’umidore dell’erba di marzo -
o mirabile scambio, dimensionato al soffio,
se fu solo visione, non temeva malattia -
non lamentava di lutto e tristezza, (nemmeno il volto)
ma un chiacchiericcio di stelle in fermento -
teneri occhi, colmi di bontà,
profondità di un silenzio compiuto.
Mi capita a volte di odiare quello sguardo
poiché mi attrae oltre le paure,
ed è una breve sequenza di toni -
poi la mia stasi
muta in profezia:
- piedi amabili, su un quarto di luna,
confessano il mio scrutare l’attesa -
sia lodata l’origine che scorre,
lotta, sconvolge, intercede per vivere,
concede, unica ala del dire e morire,
contempla tre gocce d’amore,
si perde nell’accadimento,
si lascia, e più si perfeziona.
Swan
*
- Nella terra del limo -
Eppure si resta così sospesi
davanti alla vita, fra il muschio e la paura -
fragili, come un ramo attorcigliato alla tormenta,
al punto che talvolta,
i lineamenti dell’assenza
s’adombrano confusi con il vuoto -
(un andamento malinconico,
sconvolge l’ordine romantico).
L’esperienza di quiete appare nulla,
come perdita di significato -
è infine il permanere di una fame
che sembra essere mai sazia – rincorsa
di ogni esaltazione.
Sempre, nella terra del limo,
a un tiro di sasso entro un cerchio d’acqua,
rispunta quella fame,
e resiste – fa sentire i suoi morsi.
Swan
*
- Il tesoro nascosto nella creta -
Così radicato nel nostro sangue,
col serpente assopito nello sguardo,
da dare forma alla nostra stessa identità:
- questo bisogno d’amare, questa fame d’amore.
(Forse è già stato detto, ma non è inutile ripeterlo).
Lo stormire dei pioppi, palesa l’ala dei tormenti -
è in qualche modo
del tutto naturale soffermarsi
e sentirne la voce forte dentro.
Poi nasce un andamento spirituale,
che matura in accoglienza cordiale
e riconciliazione profonda.
Ossatura della terra, nel tuo centro vive il lume,
qualcosa come porgere la mano,
prima che si confonda con il vuoto -
(amore negato, è attentato alla vita)
ripartire dai margini,
cercare, trovare, essere trovati -
si condivide, ci si pone in termini di parità,
e il tesoro s’impasta con la creta
a stenebrare un buio insopportabile.
Swan
*
- Chi conterà gli schizzi del silenzio? -
Fin dal primo respiro, si passeggia tra la vita e la morte -
ma sa l’ora il suo ruolo? O sarà poi il rimorso, più accessibile.
Allodole, nei nidi di parole al suolo, ali
che vibrano a confondere -
s’appanna lo specchio all’epos del labbro,
umiliando la brace, a un’assurda affezione.
Ma chi domerà l’impeto del limo che sale.
Chi conterà gli schizzi del silenzio?
Chi verrà a tumulare il pensiero, susciterà nel cuore
insaziabili incendi.
Swan
*
- Quel riso che ha perduto l’affetto -
S’è fatta alta l’erba, dove la pioggia muore,
lo stelo porta il giglio, senza riguardo per la malattia,
che affonda sola nella terra -
(poi si appare come l’ombra di un’ombra -
ricordo appena gli occhi, che non parlano,
e quel riso, che ha perduto l’affetto).
E’ questa la donna dentro il suo tino, a spremere vaghi senza più succo,
con uno straccio addosso lacerato, dal graffio amato della follia,
che ancora preme la sua passione, fasciando strette le stelle in gola.
Mie care caviglie stanche, Dio non concede scadenze -
sollevate questa vita di lepre, fuori dalla sua tana,
che non diventi straniera uggiosa, nella sua stessa itaca.
Swan
*
- Il sollievo -
Cara scintilla d’alba, consacrata innalza superba la sua tenda,
negli occhi che dovevano risorgere dal sonno seducente.
E’ già passato quello spettro, come uno straccio di dolore,
così che anche la marea apparisse nera come un gorgo -
poi si direbbe sacro avvilupparsi, a superare un’ala di terrore,
poiché l’amore è sempre in movimento, e si distingue nella luce.
Ombra, che segui ovunque il corpo, ne misuri persino i passi.
Luce, che lumini i miei piedi nelle orme amate.
(Quinta invocazione):
- che il cuore interceda, non giochi a nascondino con la grazia,
vertiginosa altezza e il cielo s’esponga per tutto ciò che è.
Vi fu grido di lancia, dal fondo della voce e un tuono:
- “chi come Dio?”
Nacque il silenzio di lingua smarrita – non respira più qui -
lei, pena ignota, fame oscura ebbra di vuoto nel vuoto,
morta coscienza, giglio nero che non volle e non sa.
Swan
*
- Amabili resti -
Sono qui, a capire l’amore scavando al mio trino sussurro -
lume di stelle, dove voce non fa mai ritorno, senza risposta,
né indugia lingua alla crema di un cuore stremito.
- Vestiva di raso l’ala di morte, sfiorando discreta la pelle,
ma tradiva, tradiva, la mia solitaria bellezza,
se poi di spalle il suo tocco migliore, era bere l’aurora -
e d’ombra di donna appariva, in questi amabili resti.
Swan
*
- Allattata in spirito -
Bagnando le parole con il vino, mi adagiai nell’ombra quieta dell’angelo -
tacqui, negando con un gesto, il seme amaro della pioggia notturna -
(solo l’alba nel petto)
Nata dal nero della terra, allattata in spirito, al seno dei cieli -
non posso rinnovare nostalgie, che emergono dal ticchettio sommesso
di questo amore insano, che rimarrà inerte, come solo la morte -
sepolto con un papavero rosso, nel campo dove le ossa
ancora respirano la loro bellezza scorticata -
(una maledizione che finirà le sue serpi).
- Le stelle nere, lumineranno in una visione convessa,
e nel sudario dell’aria, mi vedrai terribilmente libera.
Swan
*
- Mie pellegrine voglie -
Tenero graffio ambiguo, sulla santità del mio tempio -
e lo scomposto fuoco per le fragole, nel vento di ritorno,
che testimone soffia, sulle mie inclinazioni,
venando di brace l’opaca voce dell’ora.
Purificato spirito, mi chiedi ancora di fiorire,
esprimendo il distacco dai miei tratti
e segni un cerchio nel tuo campo,
affinché io mi interri come un tiglio,
rivolto sempre al cielo.
Divina chiarezza, sei qui, nella mia selva di contraddizioni
e nella seduzione mi ramifichi -
sacre le commozioni – guerriere violente scuotono il cuore -
si levano dall’ombra, poiché sempre ho saputo.
Sogno – memoria nell’acqua torbida, caldi bagliori
che eterni guizzano nel petto -
mie pellegrine voglie,
alito di giglio cerca coscienza, si sparge maestoso,
sui lapsus della mia fragilità.
Swan
*
- L’amore tintinna nella tristezza -
Cercai l’amica amara (dentro) – nell’ora inerme del mattino,
e nel frattempo le sorrisi, vedendola distratta in sottoveste
chinare nella mente, la sua affannata moltitudine.
Questo riflesso è inconscio, ma se non mi sorrido io
il giorno s’abbuia in un soffio, precipita in un pozzo nero,
come la notte senza lumi, l’amore tintinna la sua tristezza.
(Dove sei delirio mio, dove sei io ti ricordo,
quando poi di follia nutro il mio sangue).
Mia cara falena, porta i tuoi pesi al di là dell’attrazione,
ben oltre la gravitazione di una vita prosaica -
li vedrai levitare, come piuma di un pioppo.
Swan
*
- L’idea di un violetto riflesso è nell’intimo -
Quest’umana cadenza si percuote il petto, tra le rovine di un tempio -
ma è qui, nell’intimo, che si decide la morte o la geometria della sorte.
Sull’abito a lutto, l’uomo in ginocchio ricama l’attesa al soglio di pace -
brace degli occhi le stelle sorgenti, forma di un giglio a sera prediletta.
Fugge il nero dallo spirito spoglio – il corvo tace, dall’albero secco.
Swan
*
- Le intime radici di un male –
Si nasconde un tormento, nella stasi dell’intimo -
un tronco scorticato, risvegliato dal picchio.
Così s’apre il debito: – croce piegata dall’ora di grazia,
che fiorisce deforme, nelle sue escoriazioni,
qui, dentro la bellezza di questo tempio morbido,
rampicato dal muschio ombroso del mattino.
Vita ramificata nei giorni delle piogge,
s’imbeve le radici nel magma del suo graal,
versato in fondo ai solchi di questa solitudine,
rivelando poi le sue energie da convogliare,
da un campo nero d’umido barlume,
al levarsi fulgido, delle profondità.
Swan
*
- L’energia di un istante -
Sarà del sasso o del lago, l’empatia più profonda alla mano
che lancia – al tuffo, al contatto violetto: l’energia di un istante
che apre le braccia dell’onda, nei cerchi di quel triplice coro -
dallo sfondo lontano, mentre il giorno fuggiva io ero rapita.
Swan
*
- Quando la folla -
Fu lieve il canto, nella pausa quieta
lunga una notte. Poi un salto improvviso
nella pena taciuta, quando la folla
riprese il suo percorso catastrofico.
Swan
*
- Dal gesso della folla -
Pazza si strappa, l’anima, va in giro senza il velo -
può darsi vi sia una forma di compiacimento, infine,
nello staccarsi di una tortora, dal gesso della folla -
volare in china solitudine, immensamente intima,
sull’onda lumeggiante di questo grande altare -
raccoglimento inconscio la sua quiete, gonfia coscienza
di cara nostalgia e nel dolore, l’amore non si confonde.
Swan
*
- Allo specchio -
Col volto di chi è annoiato, restai così per un lungo istante,
con queste mani fragili, sottili, appoggiate allo specchio -
e la chiarezza disparve, uscii nei miei pallori, mi vidi là
insonnolita, contro il fianco della morte, stretta al suo giglio.
Lo spazio bianco, immobile, pareva deformarsi ogni tanto,
di quel labile pianto che curvandosi gridò alla sua dormiente:
- svegliati, sfuggevole sguardo,
che non s’è smarrito il fondo dei tuoi occhi -
apostoli profondi, dilatati, di chi ancora apre la porta
alle folate, se pure a volte devastanti, della continuità.
Swan
*
- Se parlo di te -
Se parlo di te, lo faccio in poesia. Scrivo nel cerchio stretto
d’una macchia d’inchiostro, o nello spettro brunito del caffè:
- mio rampicante tormento, assopito sui tuoi rami di carta,
la sillaba cresce, dalla mia terra: – spera il vento la sfiori,
come il bambù strofina il mio glicine, ora, dinanzi a questi occhi.
Swan
*
- Le sue ultime piogge –
In orrendi uragani d’un istante, più largo è il vuoto, dentro -
l’attesa ha ripiegato la sua vela – annodato anni e danni.
Questa tua dolente ala di farfalla, s’è orlata i lembi franti -
è capace di scavare nell’aria, svelando il lungo sonno
e trafiggere le sue ultime piogge, con udibile accento.
- Figlia stanca, in un cielo controvento, s’adegua il tuo respiro -
resta, quell’amore che hai versato: – s’impollina la terra
e nel gelso l’orma, segna il tuo vuoto, con quelle stelle ai piedi.
Sacro, sopravvivere a sé stessi, se la scintilla è di brace.
Swan
*
- Il muschio dell’aria –
Nel torpore inabisso, poi risalgo -
che dell’aria possa assaggiarne il muschio,
come fosse l’ultimo accento,
l’ultimo bacio, che si spegne.
Non arrossisce questa nuda sillaba -
di fronte al mondo,
si volle perdere da sola.
E l’anima disse: – fui guadagnata.
Swan
*
- Poi, l’aria sarà dolce, se vi si entra –
Fiamme vivaci ritrovo negli occhi,
alle potenze nutrite dell’anima,
e ti si può perdonare la mano
fredda, a contare i capelli dei diavoli,
poiché non ricordi che di te nulla
accade, ch’io non fissi in me – mio airone
caduto, senza più l’ala di dea.
Un’idea deposta su un tuo silenzio -
fra un groppo di dolore e veglia insana,
chiara, sul tuo lamento mi raccolgo -
nell’attimo respirano gli istanti
che seguono, ma non farò più un solo
gesto per fluirti, per risvegliarti.
- L’amarti: un’avventata stretta al cuore,
che tanto m’è parsa rassicurante.
Swan
*
- Tu, d’un piacere colpevole? -
Accenno uno svagato movimento, nell’alzarmi,
per scostare l’aria che m’impollina la lingua,
nei miei lunghi dialoghi, sull’uva che ti neghi:
innocenza e abisso di un respiro, teso -
corda del tempo, nodi di dolore.
Mia dolce intrusione. Tu, d’un piacere colpevole?
Nel tuo vino mi vedo capovolta, inquieta,
di piccole oscure maree.
Ma la volpe ritornerà alla tana, la donna alla sua itaca -
presto i miei piedi saranno interrati,
come il bambù del mio gelsomino -
inerpicata di solitudine, aspetterò la pioggia:
forse è questa la santità.
Mi rimarrà la bellezza e la follia -
fin che non sarà suicida la mia penna.
Swan
*
- Fui lei e le paure -
Conobbi Alice, fui lei e le paure:
- un branco di lupi in un’unica ombra,
nelle stelle di piccoli anni,
e di franta membrana.
Ora è un sereno graffiato dall’unghia:
viola senz’acqua che attende la vita -
malinconia che tace i suoi sonagli,
follia sopita sugli archi del buio,
io non so ancora amare
chi è morto al suo pasto più orrendo – e scrivo
ogni giorno una pagina vergine:
- la melopea d’infelici fanciulli
e li amo, li proteggo.
Che l’anima dorma, sulle scogliere del Padre
e di risa, di giochi, sapore di giglio – l’essenza.
Poi, forse, cadere in dimenticanza.
Swan
*
- Dell’intimo – (l’orma)
La grazia, accade, intorno si perpetua -
su una stilla di vuoto da colmare.
Il sandalo slacciato sullo svago,
ha messo a nudo il piede, nel suo libro -
calcando poi nella coscienza un’orma,
come vaghi di cipro, dentro il tino.
Swan
*
- La vita: uno squarcio colmo di latte tiepido -
Veglia la terra sulle ombre dei gigli -
rampicante melopea, inumidita
s’infila alla cruna, prima del sonno -
questa vita – soffio d’ala immortale,
uno squarcio colmo di latte tiepido:
- se sapessi di cosa ho paura.
Swan
*
- Molliche di parole -
Preferisci la crosta o la mollica,
di tante sillabe affannate in gola -
lo sfarzo di questo distacco, voga
oltre il senso, dove la luna incespica -
lo scampanio dell’oblio, fora l’ora
e l’ombra magra, interrata, sussulta.
Swan
*
- Poi, verrai con me a guardare la pioggia? -
Mi vedo folla sparsa, nel silenzio:
senti? è una serpe la mia penna, sibila -
s’erge con un soffio che mi respinge.
Una delicata punta d’orrore,
si tinge, nel gesto, nelle sue secche -
ma se indovino il cielo dai tuoi occhi,
poi, verrai con me a guardare la pioggia?
Swan
*
- In un palmo di valle -
Vieni vento di vigna, inarca l’erba -
sradica dal fondo questa tensione.
Non entrò mai esitante, la notte – lei, densa sui muri -
ma una rondine rimase chiusa dentro l’anima
e sulle ceneri fiorite scrisse la corteccia:
- che io mi riconosca e basti a me fino al ritorno,
fluitando spoglia, in un palmo di valle.
Swan
*
- Ma dietro il velo -
A questa voce spalancai le braccia:
quando è sola nelle stanze, annida il canto dell’amore,
a volte mesta, stanca, d’un tratto oscura -
e uno spettro verrà, freddo, tenace.
L’aria, è sola! ascolta: neppure una spora si sposta -
ma dietro il velo, vi è un frugare di colombe -
brucia più del fuoco – affonderà l’artiglio
e l’amore nel distacco, sarà solo un’onda più gonfia, come la notte
che ha provato le tempeste.
Swan
*
- Ti strinsi fortemente e ti trovai -
Domando di te all’esistere, mia orma
dal cuore nero, dolce più del vino:
dove vai a posare i vezzi del capo,
e dove lo fai sopire al meriggio -
poiché io non sia di sete vagabonda,
dietro i tre passi della tua follia.
Swan
*
- Aïn Soph Aur –
E’ sul mattino d’un malva esitante,
che ho imparato a guardarmi negli occhi
e a non tremare, oltre la stessa luce -
la solitudine parla a chi è solo:
- cigni posati, la terra li impania.
Questi freddi chiarori mi trapassano,
come un giudizio senza più indulgenza -
luce violenta di tale natura,
che può essere confusa con le tenebre
d’un viziato cielo, cupo di pioggia,
quando m’opprime sui vetri dell’anima -
e smuore, al polline bianco dei pioppi,
ma non è che un’onda, inibisce l’aria.
Posata nel pallore d’indolenza,
preme, l’idea stremata di un candore -
teneramente sul letto, i pizzi e io
usciremo dal limbo.
Swan
*
- La quiete -
La coscienza quieta l’uomo – non la luce in stasi
sul bordo di mondani specchi, o nel grave vizio d’attesa.
Non un grido colma il deserto – ma il ritmo del cuore -
nel movimento lento, di una sondabile inflessione.
Swan
*
- L’addio -
In questo sonno transita un addio -
che più non si dissolve sulle dita
di un’alba, genitrice di rugiada.
L’addio, ha un suo profumo consumato -
è un fusto di rosa, sradicato dalle viscere:
spina nel sangue, versa le sue doglie -
da spoglie svuotate, brucia l’amore?
Swan
*
- L’innocenza -
Oh anima mia, chiusa in questa stanza -
vetro reso opaco da troppe piogge sporche,
dove ristagna un segno di fiore palustre -
mi affido a te, poiché tu mi possa lavare
con gesti lenti, fino all’innocenza.
Swan
*
- Spii ancora la vita? -
Dormi ora, sul cuscino c’è l’anima
e un giglio di terra dove una lepre,
dopo il vento maligno, ode la quiete.
Cara fanciulla che piove sull’iride
di un mattino spettrale qualunque -
crisalide intrisa d’inverno,
spii ancora la vita?
Graffiano l’aria le rondini, gravide
di viva follia e lo specchio riflette
la schiena di un bosco muschiato,
che pulsa un gentile corteo di paure.
Fuoco e cenere: mutata bellezza -
la fissità e il divenire,
senza tradire difforme carezza,
dal ciglio di dea che del sonno
sorveglia il suo ultimo tremulo bacio.
Swan
*
- Come risveglio -
Cara fanciulla migrata in me: rondine
folle, che cova la luna nelle viscere,
ti parla una donna saggia, dal suo hammam:
- la morte, impaziente dea, nel seme dell’amore
è vinta dagli amanti, si vena e si rivela in vita
come risveglio, a gridare sensuale l’assoluto.
Swan
*
- Basterebbe -
Padre, sono qui! sono qui quegli occhi
sgranati di piccoli dèi, affamati -
basterebbe
un capezzolo per ogni bambino,
perché Dio profumi sempre di latte.
Swan
*
- Divagando -
Mi sono persa nella retorica
del filo di perle che oscilla sul seno -
divagando -
e con un dito poi sostare:
un giorno pieno è capezzolo di donna,
quand’anche Dio respira da un vagito.
Swan
*
- Timpano d’anima -
C’è chi dirà sull’amore trascorso,
come scuotersi scarpe dalla terra -
non tu! non io -
ma le particelle di cipria bastano
a tamponare l’intimo che brucia?
Grumi di un buio non ancora smaltito
sbattono le porte su ciò che siamo:
un letto d’amore su terra d’echi,
santificato dalle mani sporche
di donna che sa ridere di sé,
ingoiando dal fusto l’astrazione -
è quest’amaro, il boccone perfetto?
Swan
*
- Poi si potrebbe camminare sulle acque -
Incrociando le gambe sul mattino
quietamente m’insedio nel presente -
scalza mi verso il calice di nebbia,
una mano tende devoti impulsi,
cercando quel bacio cucito a sangue -
poi si potrebbe camminare sulle acque
se solo si desiderasse andare -
che sono ferma è il freddo a dirmelo:
giovane cavaliere, buca le corazze!
Swan
*
- Il pane che mi sbricioli all’inverno -
Sotto crampi di freddo smuove brace,
il pane che mi sbricioli all’inverno
e mi attardo, nel rimestare sogni.
Se riflesso d’acqua ha cerchi sparsi,
è una donna che nuota,
o affoga, nella sua piena e si bruma
la luce di cui gode.
Gli alberi del cuore sono bianchi,
ma la stanza è su un pilastro malfermo:
seduttrice, svuotamento di specchi.
Tace la bocca -
cos’altro più del sangue si percuote,
nell’istante in cui sussurri favole -
quest’amore! la lotta è maledire
e benedire è il seme, l’occasione.
Swan
*
- Hai mai saputo -
Passivi d’ore, i miei occhi sostano,
nell’attesa di uno sguardo -
tu sai che sono qui a spianare l’aria
di un dolore ovattato,
che ha urlato, detto, atteso.
Mia inconfessabile salsedine,
ti sono estuario inevitabile:
- hai mai saputo un’onda
che non ritorni al suo impetuoso mare?
Swan
*
- Marea –
Sono stata crescente marea, nelle tue mani -
ora, fecondami un’onda di resa,
che mi adagi a riva -
e la terra sgravi l’eco rubato.
Swan
*
– Le aiuole dell’infanzia –
Cercavo umiliata coscienza di me -
un nervo delicato,
nell’intonarmi irripetibile aiuola
fiorita d’inconfessabile umore.
Seduta sull’avanzo del giorno,
reprimo sillabe,
occultate nel pallore innocente
di un fanciullo contagio.
Il coraggio di guardarmi non c’è -
il sole non ha mai abitato
finestre chiuse sul deflorato grido -
suturato con doppio filo difforme.
Mi chiedo dove sia, in quale mia tana,
questo germe osceno dell’infanzia -
quando un alito fresco stringe appena
la mia ingenua nudità.
Swan
*
- Ma fluttua un ridere leggero -
Ho il salto lungo delle cavallette,
quando vaneggia il vaso di tempeste -
digrada, il brusio sporco nella bocca.
L’aria s’è fatta malattia,
vuota di sillabe, lastra di vetro,
ma fluttua un ridere leggero,
poiché il bianco non si scolora.
Vivrò! te lo prometto -
con il muschio nel cuore, con la terra sugli occhi,
dove nicchia una bimba, dai cerchi di sole -
tumulo fiorito, gravido di me.
Swan
*
- Mio sparso dessert -
Sbucciata mela, t’imbocco, da sempre
legata ai semi del mio torpore -
e il tempo si distende sulla schiena,
come muschio in ombra.
Mio sparso dessert, ti verso vino -
nel calice rifletto le radici,
senza infanzia.
Swan
*
- Quello che in me sfugge -
Mio caro, mio caro!
da quali scorie rinasco, per imparare a viverti?
Sono donna di spalle, nei miei stracci d’amore.
Stretta nella fangosa mano di un rebus,
la mia testa era fredda luna di nessuno -
passai accanto a te e mi vidi nel tuo calice, limpida, lieve.
Oh gioia mia, dove ti porto?
Voglio morire in una confessione,
affinché l’occhio si pietrifichi, poi mi perdoni -
voglio allattare ai seni di una cerva,
la mia debolezza -
e poiché il domani avrà le sue inquietudini,
poserò l’agnello sulla tua bocca -
felice l’anima, nella sua cena.
Swan
*
- Quando il giardino si contrae -
Questa donna è compiuta, ma le sue fasce d’ombra
stridono, fissando da una lama d’osso.
I piedi nudi si rattristano, quando il giardino si contrae,
ma nel mio corpo di profumi, c’è ancora una rosa chiusa.
Il bricco di linfa svuotato, richiama i suoi fiori notturni:
- non sarà nel sangue morto, che verserò il sorriso
del compiacimento. Come pianto di bimbo
mi sfuggirebbe al fianco -
La morte, latte caldo dei dolori,
sta in piedi presso il mio specchio -
io voglio che si curvi, nell’adorarmi, pura e chiara,
per ammirarne la gravità.
Swan
*
– Piccole mani d’Africa -
Ombrosa, liscia il sibilo dei venti,
questa mano vuota, nella sua stretta -
polvere si orla di fuoco d’Africa.
Se poi si segue il segno delle mosche,
si sgrana d’occhi il polline bambino -
i graffi di fieno sulla schiena,
nelle madri bruciano di fame -
non vi è muschio di cedro contro il volto,
né gonfi capezzoli di latte,
a strofinare quelle bocche nude.
Swan
*
- Giurando l’innocenza da versare -
Di sottoveste trasformata in straccio,
lei stava lì, in mezzo al suo naufragio -
giurando l’innocenza da versare,
si nutrì l’anima, raccolta nelle acque
e tutte le tempeste al suo sostegno
vegliarono sul labbro che s’appanna,
nell’intimo che brucia per amore -
sia lodato il delirio e il suo castigo,
nel delizioso gemito di morte.
Swan
*
- Con un cielo nascosto negli occhi -
La notte è una ferita caduta sulla terra,
gonfia di buio, con un solo quarto di verità -
una trincea di corvi taciuta nello sguardo,
un ricordo sempre pieno, bendato nel cuore.
- Siamo vissuti come l’erba ai bordi della strada,
saltando fuochi e fossi a raganella
per sentire lumache respirare umidità,
con un cielo nascosto negli occhi, magri
e pillole di stelle ingoiate contro il male.
Poi, soli sul confine,
finire intossicati fra le sbarre
di una mentalità analgesica,
che coagula il dolore
e lo silenzia.
Swan
*
- Mia l’ossessione -
La sera brunisce le seduzioni
in un brulichio di nostalgie soffuse
come erbe infoltite
fra i sassi dei viali.
Mio, è il ricordo e il trauma del piacere,
mia l’ossessione, muta, corrotta
dalla notte.
Mio il lamento soffice
e l’aria arsa sui muri di cinta
dell’essere donna.
Swan
*
- Raccolgo la vita fra le mani -
E’ tatuata sulla spalla, quella
farfalla nera che non sa volare -
lingua salata, si dà ombra e s’infila,
ratta, nella coscienza di un’intimità
nuda, sulle vie animate del fuoco.
Visione sbirciata di schiena, non sa
volare, rannicchiata sulla spalla,
farfalla annunciata, dove impressa,
sopravvive a favorirmi ossessioni -
quando poi, raccolgo la vita fra le mani.
Swan
*
- Fu come stanare lepri dal covo -
Forse complice, la vita, o nemica,
con quella sua altezza da gigante -
ma la realtà è una donna che muore?
Fu come stanare lepri dal covo
e quanto fu scosso il ramo del cuore -
ma dio è incrollabile: mi lavò per primo,
mi strinse nelle fasce -
e tutto avvenne in un fondo d’anima,
nella quale l’amore sta come nel mio letto.
- Padre dei pascoli dell’aria, le albe
impararono da te
a scacciare la morte?
Swan
*
- Quale sarà la perfezione? -
Oh, poiché già so la brace della tua presenza,
se quelle verità, che in modo informe e oscuro
rugiadano l’anima, me le cedessi dischiuse,
per risucchiare il polline dal verbo
e poi offrirne ambrosia -
l’amore produce tale somiglianza,
che ciascuno è l’altro ed entrambi sono uno -
ma da zingara altera di tempeste,
quale sarà la perfezione?
Swan
*
- Assorta d’anima -
Questa cenere fu donna, con ai piedi le stelle -
pallido filo di giglio, son io che graffio le mie notti,
nell’alito frenetico del fuoco, ed egli beato al mio piacere,
airone di tutte le mie albe, m’assapora.
Oh morte, assorta d’anima e nella stessa bellezza,
è buono il tuo giudizio? tu che mi spoglierai
di questo sangue, affinché non assorba
dalla vita ciò che è mortale?
Swan
*
- Il luogo dell’incontro -
So che ero viva quando ho amato -
(non ho mai smesso!)
ho dato corpo al buio, per capire
la ragione di un sorriso -
e per quanto aderisca intimamente,
cuore non trova pace, senza quel possesso,
e preme -
ma l’amore non si paga se non di sé stesso -
non è pietra percossa, né lingua focaia,
non feconda cuore per possedere, né per suo gusto,
né per vantaggio, in nome di ciò che non appare -
il luogo dell’incontro non è oltre il sentire,
ma è in ciò che più lo salva.
*
- L’ora fredda -
Belve e tempesta graffiano lo stagno -
sia lodato il tradimento che rivela il mio inferno
affinché possa divorarlo come acino acerbo
e sopprimerlo, ancora neonato.
Swan
*
- Bevi il tuo vino -
Egli mi possedeva con l’efficacia del suo amore -
l’anima usciva dai suoi cardini, da inclinazioni naturali,
per dimenticanza di sé.
Oh, morire mille morti sotto questi colpi di lancia -
nella forza del fuoco, di cui ho avvertito il tocco,
col sapore di dio in bocca e nel cuore nudo.
Poi, notte d’ali di graúna consacrò malie,
affinché rimanessi staccata dall’uno, soffrendo,
nell’aria, d’amore, smaniando il sonno di te e di me,
fino al risveglio.
- Bevi il tuo vino, ora, sarà fiele di dragoni,
e ricordati, poi, l’assenzio -
non lasciarti annoiare dal buio, ti addormenterai -
le labbra si coaguleranno nel feroce silenzio,
se non avrò la saggezza di recarti uno scarabeo,
a difenderti il cuore.
Swan
*
- il nascondiglio di dio -
non v’è certezza del possesso divino,
né la visione chiara della sua essenza -
finché l’anima non placa la sua sete,
con la goccia che di lui si può gustare,
smettendo di vegliare le paure
delle notti,
su questo letto fiorito -
da tane di lupi circondato.
in questa brevità di vita, mi nasconderò per un momento,
poiché gia so che sta in me colui che la mia anima ama
e si nasconde nella profondità,
(ha posto il suo nascondiglio nelle tenebre)
affinché io lo cerchi e oda una parola piena, in amore,
senza volermi soddisfare di nulla,
né gustare, né intendere,
più di ciò che devo sapere.
Swan
*
- Metamorfosi -
Mia quiete, mi accingerò a divorarti,
nell’ansia di frugare nel mio sangue,
con quell’antica voglia di smarrirmi -
l’amore, non risparmia mai il suo pasto!
Swan
*
- Ma l’amore -
L’inferno ingoia i suoi bambini, con delizia animale -
esce dall’ombra a cercarsi, fra merce e anime,
brucia di sé la carne e il sangue.
Ma l’amore, non è forse una più potente voracità,
quando avvampa e fruga, come rapace
insaziabile, nella vita?
Swan
*
- Sanguemisto -
Siamo sanguemisto, quando non puoi più
sottrarti all’inquietudine, in un’era
di lupi che ingoiano il sole -
e quell’oblio odoroso,
che mi spargevi sulla notte -
veglia nuda beveva dalle mani,
gli sguardi, i desideri.
Guardami!
di te smaniavo, nel sentirmi fiamma
avviluppata alla tua insonnia -
esistevo già prima di nascere,
bruciavo nel tuo miscuglio.
Swan
*
- Uno stormo bianco -
C’è nell’intimo uno stormo bianco, di tortore -
pazzo è colui che vi si porge, quando
brucia più del fuoco.
Ora puoi capire perché si ferma
il cuore nelle sue crepe e le labbra
non sanno solo di sangue, come tu
le celebri, nelle mie lunghe notti.
Swan
*
- Un solitario incedere -
Un solitario incedere autunnale,
fra gli aceri, supplicò quello sguardo
perso di padre, implodendo freddo
d’anima che non ricorda il suo sangue.
- Muori con me, d’una fiamma viva!
e rendi orfano il tuo viale sordo -
laverei dal distacco le tue mani,
non fosse contaminato il sentimento.
Swan
*
- Arriva agli occhi la mia frangetta ondulata -
Sei pallida oggi, ed io sono la tua voce,
calma, crudele, d’agra tristezza -
(arriva agli occhi, la mia frangetta ondulata)
ecco, io vengo per amore, cedendo
al peso lieve di un tormento,
come vuole l’anima staccarsi dal sangue:
- di chi sarai ancora figlia, in questi tuoi
inerti sensi, nel mio male?
Swan
*
- Dove brucia il segno degli eroi -
E’ così che m’inchino, dove brucia
il segno di un walhalla neonato -
al guerriero non ancora tradito
dai silenzi di sangue.
Ora bimbo di fango, morso di terra,
linea di pulsione che sosta in spremitura
nella goccia nera di un grande tempio,
fascio di tendini vocato alla morte,
vertigine costante che sgrana nel vuoto,
bruco invecchiato nel suo bozzolo
e all’albero frondoso, lingua embrionale
di un nuovo guerriero, là, dove brucia
il segno degli eroi -
è così che io m’inchino.
Swan
*
- Sotto un autunno aperto -
Scrivi, fanciulla torpida senza età,
raccolta sulla sedia nera, versi
d’una lingua non ancora tua -
la normalità, ai bordi lisa,
è la vera rivoluzione?
Sotto un autunno aperto, senza giacca,
ebbra di malinconia fissi la vita,
in un’era di vento, al taglio della morte -
e sgorga sangue d’agnello, all’ombra
di una lupa, agonica, che ingoia
una luna già in pasto all’amore.
Swan
*
- Gli eroi che pensano -
Cade già freddo sugli orfani, il sangue
vitale dei miracoli, trasvolando
la fissità passiva di un sogno -
gli eroi che pensano, hanno un lungo inverno
nel respiro, fra le ombre d’un postribolo
di gente comune a un progressivo decomporsi.
Quale erba sostiene il peso dei barbari.
Swan
*
- Intimo –
La notte si spacca come fuoco di cedro,
al richiamo di belva, che sferza la schiena -
palpitando di fiamma, poi d’abbandono.
Swan
*
- La costellazione di una nuova idea –
Quando depose la vita, si trovò
in altro luogo, per niente colmo
di quel silenzio che si porta sepolto
nella bocca.
Tutto era sospeso e senza giudizio.
Tutto era fermo, anche gli anni, come
lo sguardo nel bianco di giglio.
Il nulla era nel tutto e non mancava
di nulla, già chiaro, il contrario dello
sfregare un fiammifero nel buio.
Tutto era finito, ma vi era l’inizio
senza spalle offese e sulle dita
germogliava la costellazione
di una nuova idea.
- La realtà è forse una visione che muore?
Swan
*
- Questo niente è tutto quello che noi siamo? -
Il filo perde tutte le sue perle
con ticchettio crescente,
nel fitto groviglio di una testa china -
tanti cocchieri, acerbi, disorientati,
rotolano in bocca al destino.
Questo è il traslato, il divenire, la soglia
fragile di cui ignoro il precetto?
Swan
*
- Fattasi brusio d’assenza -
Risuona al tatto come acquosa erba
questa schiena lucida -
come belva battuta apre vertigini
fra le sue ombre e ne soffre, nuda,
raccolta sul desiderio irrevocato, scivola
al delta solitario,
fattasi brusio d’assenza. Oziato vizio.
Swan
*
- Sommessa -
Prediligo venire dall’amore
con una morte serena,
mentre la traccia del profumo
ne delinea la curva, che brucia,
sommessa, col talento dell’idea.
Swan
*
- Sul polline acerbo della noia -
Nelle acque silenti lentamente affondo
i miei defilé di fascinazione -
si genuflette l’uomo del sole, di fronte a tanta quiete -
una sera schiusa ai fuochi di pace, soffiata
su incensi e nostalgie.
Rispettando il mio digiuno, sfioro la voce che si inclina
sul polline acerbo della noia, per sbocciare
su goccia ambrata, un caldo piglio inesplicato -
triste belva, brace di rosa d’un’esausta dolcezza liminare.
Swan
*
– Chiave onirica -
I cieli infittiscono le acque di crepuscoli escoriati,
svuotando l’intonaco dal volo bianco di tortore.
Se ascolti il buio sentirai che si lamenta, gonfio,
su qualche irresoluto spettro in guerra,
dove se ne stanno a ibernarsi le parole, spolpate,
da bocche di cera, perfettamente imitate.
Tutto respira, spezzando la pigrizia dell’aria,
tutto si ciba di un torpore che la pioggia sfilaccia
e sulle strade lubriche la notte capovolge le case
dove obliqua lo sguardo di un dio esangue,
di carne malata, che si schiude dal suo sonno,
accigliato come un temporale.
(Fugge un contenuto di pensiero,
al secco sbattere dei vetri: si decentra il cuore)
I poeti che pensano, hanno lo sguardo orlato d’inverno
e un deserto levigato sulla lingua;
ringraziano il pane prima di mangiarne,
insinuano le dita sotto le increspature della sera,
l’arruffano distratti, poiché talvolta hanno la voglia
di tirarsi la vita sul cuore.
Uomini di marzapane, fiori della notte, dimenticati
come un guanto spaiato, frangibili alle tempie,
i loro sogni sono nebbia sotto i ponti, sono ali giù dai rami,
ed io ringrazio la finzione di un teatrante, diafano,
che mi fece ridere della realtà,
in una camera con (s)vista sul vuoto delle ore.
Fu così che capii in tempo l’amore,
frantumato negli occhi in mille schegge, là,
dove dormono i falchi e l’espressione sexy è senza ombra,
senza fame, senza orrore o minuzia di morte.
Nella stranezza, fra i miei nemici trovai anche me.
Posando a terra l’odio delle stragi, il polline di satana
si dissolse, i miracoli rullarono sui tamburi e molte mani
aprirono la fossa, atroce, che imprigionava le lividure d’uomo
inebriandone la morte,
raschiando muffe di solitudine dalle ossa,
stemperando rancori sulle guance
e strofinando la linfa del graal nei pori,
usando la buona mano della vita.
Ce ne sono tanti di eroi e non può mai mancare un lieto fine.
Swan
*
- la lingua batte dove c’è coscienza -
Hanno un volo svogliato stasera le idee,
nel mio silenzio sgualcito ondeggiano,
con movimento simile alle ali di falena.
L’amore imita il sapore dolciastro della morte
e i dubbi mi assalgono come uccelli da preda,
poiché la lingua batte dove c’è coscienza
e sono qui, a contare i pidocchi di un monologo,
chiedendomi in quale mio destino
griderò d’esistere senza l’inverno negli occhi.
Swan
*
- I miei giardini di senape nera -
Ascolta, come il buio brulica
sui grandi vetri opachi della sera
e com’è marmorea la pietà di un silenzio.
Una sindone ricamata a sangue
narra la morbidità d’una pulsione.
I miei giardini di senape nera
sono sempre recintati
e gli spiriti vengono a portarmi
frutta di gesso dignitosamente
contraffatta
mentre io mangio la mia mela corrotta.
Swan
*
- Abbagli -
Convocando barca alla tua sponda
la lontananza ha perso nomi e mani.
Risonanza di strade deserte
dove il vento è polvere d’ossa,
i segni sono rose di lacca
e morte soffia coreografie
su abbagli di notti malferme,
dove sbatte con forza gli scuri.
Swan
*
- Amo questa notte nuda -
Sui fuochi del tramonto, vecchie indios
bruciano spezie e polvere d’ossa -
benedicono la nostra luna,
ancora barcollante.
La mia felicità è una pianta malata,
senza il tuo sguardo annacquato di mare,
e sono guanto spaiato, vita morta
all’altezza del cuore.
Amo questa notte, nuda, che fiorisce
il fondo rapito di un piacere
che era solo mio.
In te ho trovato grano caldo,
la sua fragranza -
poi, spremeremo d’uva le nostre anime,
fino a toccare il diapason, beffandoci
di esule pena.
Swan
*
- Una lince bambina, sprofonda nell’ora esatta -
In questo mio andamento senza quiete,
mangiando il sale del tuo pane bianco,
sono un lungo viaggio, che sosta nel tuo sonno -
sono inverno, cacciatrice d’alibi
e lunga radice che non tiene la terra.
Per esistere, trasvolai colonne d’acqua smisurate,
entrai nel buio intimo del tempo neonato -
c’è in me il passaggio di comete che non ricordo più
e una lince bambina,
tradita dalla neve, nei suoi passi -
in me riposa il sasso di lava,
sputato dalla bocca del ghiacciaio.
Bucando l’universo, sprofondo nell’ora esatta
e dalla cenere del buio estraggo il giorno,
per i capelli bianchi di una madre
che s’impietosiva sulla morte.
Swan
*
– Il sogno della pavonia -
Nessun cammino abitai, in certe fogge -
quando i vetri furono d’acqua, vissi
il sogno della pavonia, costantemente
spezzato a metà.
Swan
*
- Frammentaria -
In equilibrio sul margine di un’ombra,
conobbi l’attimo lungo, come farfalla notturna -
ebbi poi una morte dolce, senza lutto intorno.
Swan
*
- Mi bastò chiudere gli occhi -
Quando cambiò pelle, l’uomo del fiume bruciò le parole
nell’ombra del diavolo e fu voce di lampo, nelle sue stanze segrete.
Io ero quella che stava da sola, nel fondo di un giorno,
corroso dalla lingua lunga del tramonto,
tirando radici e ali, con lupi ed agnelli nell’orto degli inganni
a nascondere le dita bagnate in sconfitte di sangue,
riflesse nel rosso del graal.
Guardai di spalle vedove tristi partorire scimmie mute fra detriti d’ossa:
- le rovine di una società dalle braccia nate di domenica,
confusa nell’ultima milonga.
E mi vidi, all’uscita degli specchi, frammentata in mille lunapark -
stringevo tre gigli, neri come un eclissi e il cuore smarriva il suo posto
nel petto, al presagio improvviso del fuoco dei tuoni.
- Si può restare prigionieri fra un mondo e l’altro?
La mia morte mi pettinò i capelli di seta, nera come ali di corvo
e si sdraiò senza legare alcun respiro ai precordi -
la terra cadde sopra i miei fianchi e si sparse
come abbraccio di madre, che richiama parte di sé.
- Avevo chiesto un drappo rosso per fasciare strette le colline piene
di latte e le caviglie, ma mi fu data solo terra, terra -
terra alla terra, ospitava orfani, caprimulghi e farfalle inchiodate.
Figlia stanca. Mi bastò chiudere gli occhi, bastò scendere gradino
per gradino, giù in fondo, dove il diavolo dorme e si passeggia
una volta sola per arrivare ai cancelli bruciati d’oriente:
- fuori, a est è tutto un altro mondo,
un eden senza spettri, un cerchio senza graffi, un sangue senza tagli.
Un lenzuolo senza macchia -
e non vi sono specchi, là dove non c’è riflesso, contraccolpo;
ma se si guarda il fondo appena svegli, nel mezzo degli anni,
c’è ancora un melo dall’anguinea malia, che copre il peso della morte.
Swan
*
- E sono qui -
Mescolando sangue al vino rosso,
con le dita spogliate di pudore,
penetrai un cuore d’uomo, e sono qui,
a covare le lenzuola dall’aroma
d’un inclito eroe, caduto fra le pallide
colline dei sospiri, devota
a quell’amore che sa di pane bianco,
spalmato di cadenze al mirtillo
selvatico e strade piane -
stanca girovaga, senza più sassi
nelle scarpe di pezza dei miei sogni.
Swan
*
- Di spalle alla vita -
E’ sempre stato un cielo rosso, il mio,
liquido, turbolento,
che brucia parole d’amore,
nei fulmini sottili degli occhi.
Ora, io sono questa tempesta,
inghiottita dal tramonto, là
dove abita il diavolo,
con una lunga ombra che m’incalza.
Ho lanciato ali notturne, sopra lampioni
che celavano al mio sguardo le stelle,
per sorgere, poi, col mattino
e lasciarmi amare,
sopravvissuta alla mia negazione.
Ma rimango di spalle alla vita
e sono qua, con il deserto in gola.
Swan
*
- Non basta nascere per esistere -
Mi piace sprofondare negli occhi sconosciuti,
dove cercare lampi sottili e quell’esatto gusto delle cose.
Mordere le labbra nomadi della vita, osare farlo,
in questa calda memoria anonima
e mille volte moltiplicata.
Non basta nascere per esistere -
se mi creo posso essere dovunque,
ma stanotte è caduta la luna, proprio sul ciglio della libertà -
i corvi neri volano sui campi d’oro e sul mio sonno
e dagli occhi della mia età ho spiato il buio.
Quando i miei sogni saranno solo stagioni vive
sulla mia mano aperta; quando avrò posato a terra l’oblio
e incendiato i cancelli della morte, allora,
ritornerò e tu racconterai:
- veniva dalla pioggia, ma sapeva d’amore.
Swan
*
- E sarò lepre bianca e poi bambina –
In questo mio giardino, ho sotterrato un sasso,
radicando una preghiera, sulla terra smossa:
- ora che sono senza cuore, ti posso maledire
e che il lenzuolo copra il melo e la malia. -
E sarò lepre bianca e poi bambina
cattiva, di pezza cruda e donna
dalle oscure crudeltà.
Porterò fianchi nervosi in boschi d’altri,
nei freddi sentieri, d’alberi di gesso
e al frutto solo lunghe unghie -
che io sia senza fiato, senza carezze
generose.
Tortora senz’ala vola storta e si frantuma,
rotolando perle sull’asfalto,
nel bilicarsi dubbi e sangue a vaghi -
su contagi d’albe sante, io ti maledico,
e ti benedico -
io ti benedico!
ti benedico,
insieme ai nostri diavoli.
Swan
*
- Per darci la vita -
Si dice l’amore così in fretta,
una volta esiliati da eden
e lo si spreme come un vago d’uva
rossa sulla lingua.
Si urla, sotto le screpolature -
partorienti da troppo tempo in travaglio,
per darci la vita in un involucro che sogna
e trema ogni negazione, solo.
Swan
*
- Naturadèi -
Il Padre depose sulla roccia
un uovo di filo spinato:
il germe della nascita sedusse il dolore.
Il travaglio iniziò col divaricarsi di un’idea,
sfiorando melme & soda…
Ma – naturadèi -
si ribella, disconoscendosi
alato nottifica il suo mondo, poi
l e n t a m e n t e, assaporando il suo nome
si riconosce nel v i v o sangue rossofiore.
Stigmatizzandosi schiude il grembo,
tirando il cordone lo annoda al creato
e frammenta di stelle il principio.
Swan
*
- I miei addii -
Pensieri a braccia nude, tuffavano
nell’onda la pagaia, gridando in cadenza,
per incitarsi a una corsa folle,
lontano dal dolore.
Poi, lasciai alle spalle l’orgoglio, sepolto
con le mie stesse mani,
dimenticando l’odore della terra,
nel primo mattino.
- I miei addii, non sono
che flessibili richiami;
ventagli di venere,
che oscillano amabilmente
nelle notti calde
e lente del mareggio.
Vorrei rimettere le cose a posto -
con la voce issante del vento
rovesciare il capo,
aprendo i miei occhi, nei tuoi.
Ma qual’è il posto delle cose
se mi si offre il respiro nelle acque,
come ostacolo salato.
Swan
*
- Fiore di fango -
Io, fiore di fango, anima nel limo
vorrei urlare ma chi mi sentirebbe -
rullano i cieli, mani sui timpani,
così mi perdo e muoio un po’.
Soffio disperso nella tempesta, lui
bevve il mio sangue, ne volle ancora
e fummo quel misto di palingenesi.
Siamo quel misto, che ancora sorseggia,
ma dove finì la vita, dove avrà inizio?
Swan
*
- Il mondo degli affetti -
L’Immenso è affamato e noi
siamo un purosangue che corre
sulla sabbia bianca.
Il mondo degli affetti è nell’onda
che s’inarca tempestosa sui precordi.
Dentro me il tempo
ha un’altra dimensione -
un concetto molto astratto
che sulle acque
diviene uno smeraldo -
e quando non ti parlo
è per lasciare il silenzio alle maree -
per respirarne l’inquietudine.
Swan
*
- E quanta schietta pace -
Che vago gioco d’implacabile vita,
logora i fianchi alla terra.
La sua anima, crollò insieme ai legami
delle sante profondità.
Ricordo la fretta della pioggia,
diluire la conoscenza -
lasciando il buio intatto,
e il solitario distacco
dagli dèi.
Sull’altare, il soffio dell’angelo
posò il calice dell’immortalità,
e quanta schietta pace
chiese in cambio.
Seguì il silenzio,
e il nostro sguardo perso…
Che vago gioco d’impalpabile morte,
consuma i fianchi alla terra.
Swan
*
- Giurai sul tuo nome -
Alcuni, immaginarono l’amore -
l’attimo era coglierlo,
come il cadere d’una stella,
e se mai questo eden fu visto,
io voglio ritrovarlo,
buttando sortilegi in pasto al mare,
battendo neri abissi inesplorati,
senza più inciampare in filo d’alga.
- Sarà questo l’amore tempestoso,
perché la mia morte è nata:
giurai sul tuo nome, che sanguinava
a occidente come il sole,
penetrando il taglio d’indaco infuocato,
e mi sforzai di non battere ciglia,
mentre fissavo il fuoco palpitare.
Non è un tramonto, pensai,
ma un’altra notte insonne…
il suo vibrare.
Swan
*
- In mezzo a tanta indifferenza -
La nascita, mi lasciò l’odore della terra sulla pelle -
nel sonnolento dondolare, mi è stata madre.
Ma come una donna si nutre di luna,
voi, maree, nell’intimo, siete mie sorelle di latte.
Swan
*
- Libertà di lupi in scorribande -
Sotto stretta protezione di Uriel,
puntigliosa ancella
annuserò libertà di lupi in scorribande,
acquietando l’anima che muore
d’amore, in queste calde notti, dove
lampi s’accendono di selvatica
energia, che fermenta
sensuale sui precordi
ribelli, di vita che in tutto respira.
Che in tutto respira,
e affabula
e dissacra…
Peccato,
non trattenere a lungo questi stati d’animo -
ogni lucignolo evocherà ombre profonde,
e passione, non concede grazia.
Swan
*
- Nella profondità -
Di seta la passione,
e sangue, di pienezza scomoda,
o dipendenza…
Nella profondità in tumulto, l’onda
si frange:
- per timore dell’abbandono,
mi preparo la strada alla perdita -
questo è il mio male.
Travolgente, il mio impulso vitale
abbraccia Thanatos
che mi chiama per nome
con l’insistenza di un amante.
Swan
*
- mystique -
Uscendo dalle acque, mi raccontai
ciò che è sempre stato:
- nel seme stellare,
il supremo evento dell’amore,
è la morte degli amanti -
Spezzai il mio pane, e nel raccoglimento,
la mente sigillai nell’armonia.
Swan
*
- Sulle sponde dell’attimo – (2° versione)
Vibrano le corde d’arpa eolica
e noi, viaggiatori anomali, ci amiamo
immortalandoci sulle sponde dell’attimo
che fuggente scorre nel letto dei sospiri.
L’attimo…
codificato nelle cellule -
bocciolo di rosa dai mille e mille venti
e direzioni perse, ingarbugliate,
diverse.
Noi siamo dèi -
cosa abbiamo scordato?
Swan
*
- Elettrico –
Rotola il respiro sopra i grandi oceani
e stormi di temporali slegano lampi,
sul giardino dei sassi fioriti.
Sensazione elettrica, sulla pelle -
mantra che sale a toccare i tre mondi,
risvegliando visioni del principio:
- la rivolta dilava nel dolore
la caduta sulla terra -
La membrana che ancora ci separa
può essere così sottile, al fremito,
che bocci esplodono e cuore
smaglia di nostalgia.
La terra ha inghiottito le serpi,
si sparge di lavanda -
l’assonanza si scioglie sulla lingua
affinché possa parlarti d’amore,
ad alta voce, tanto da scuoterne i cieli.
Swan
*
- Notturno -
Questo soggiorno penale: distesa
di cielo fiammante, dal bagliore persino crudele.
Quando il sole accetterà di scendere,
la notte spargerà i suoi gigli,
e sarò libera, di contraddirmi.
Swan
*
- Biancospino -
ho ammorbidito i velluti del cuore
a sospiri, sdraiata fra un ricordo
e un fremito -
ho trattenuto il respiro sui sensi,
caldo, per prolungare il piacere,
e nutrirmi, di te.
Swan
*
- Se quando s’addormenta -
Spremuta agra, l’idea della vita -
se quando s’addormenta
lascia solo gesta
candidate al reliquiario.
Ma non ho questo freddo -
sento dita di vento muschiato
che frugano il grande atto di libertà:
spirito disadattato
alla malinconia.
La vita -
volendo è un eternarsi d’amore;
le previsioni danno il sole agli occhi,
aiutandoci l’un l’altro
a rimuovere l’argilla.
Swan
*
- A tua immaginazione e somiglianza -
Demoni non vivono, non muoiono,
ma esistono: dominatori
nutriti dalle nostre emozioni
squilibrate.
Dipendenti, trasciniamo il nostro inferno -
come striscia di latte, appesa alle tenebre.
- Tu non mi conoscerai
nel sovrappormi fantasmi costruiti
a tua immaginazione e somiglianza.
Vedrai ciò che ti appaga,
o che ti dispera: dipendi dalla tua necessità.
Sarò in tutte le maglie della pelle, in realtà,
finché mi guarderai, dominato,
dalla tua idea -
Swan
*
- In contrasto -
Luminaio eccentrico, il mio tiranno -
accende sempre un sottofondo ostile;
soffia via ogni polvere lunare,
poi, aspirata l’ultima tossina,
scalpicciando cerca un sole
in contrasto, nella mezzanotte
della mia messa a fuoco.
Swan
*
- Poteva essere -
Se nella fretta ho perso un po’ di vita,
come farò a recuperarla.
Poteva essere una tenerezza,
o un silenzio -
poteva essere solo uno sguardo,
una venatura di malinconia.
Una terra svenuta, di profumi, in attesa.
Neppure supponevo, ma era per me.
Swan
*
- Chiedi un perché qualunque alla tristezza -
Chiedi un perché qualunque alla tristezza,
saprai che non ha voce.
Temiamo i moscerini, noi, stesi: terra sulle armi.
Quando sul campo in lotta al cancro… e poi,
temiamo i moscerini.
Swan
*
- Tolte le parentesi all’amore -
Tolte le parentesi all’amore,
annusando un’alba venata d’inquietudine,
rannicchiati sulle ore dondolandoci sentimento,
cresciuto in questo anno come bambino di latte.
Persi nei dettagli, senza parole da spelare, ridere -
ridere con stormo di ripicche, sulla gola e sangue,
il sangue che ritorna ancora al cuore.
Vulnerabile momento, intenso,
quando mi chiedi se ti voglio bene: da mangiarti lentamente,
nel ventre di un cucchiaio sempre pieno.
- E soffio, ora, a sera, in questa parte di mondo,
soffio lucignoli riflessi su vene lattee.
Che cali quiete sulle dita a fior dell’acqua,
per sentire che rumore fanno le ali di caprimulgo
su palpito di donna innamorata.
E se la morte passerà correndo, sfiorandomi, anguinea,
per ripetermi chi sono, sciacquerò le parole,
svenendo desiderio, senza m o r i r e nella parte santa,
coi grilli.
Swan
*
- la vita in sospensione -
Le zingare, col pollice premevano saliva,
su palmo di bimba -
leggevano la vita in sospensione
e cantavano nenie di liberazione,
seguite da formule magiche:
- questi segni paralleli,
devono entrare in contatto;
questo luogo, ora, è da nessunaparte
e le parole hanno un peso -
Alice lo sentiva sulla lingua, il peso;
per questo non parlava,
infibulando la sua bocca con sutura di giglio,
per non urlare, alla ronda del satiro.
Dialogava con gli occhi – appenappena -
e intrecciando capelli ai rami dei dolori,
imitava i gesti dei lupi, usciti dall’acqua,
per scuotere tutti i suoi perché,
che non venivano mai da soli.
Swan
*
– Soffiando sulla debole corrente -
Lo sguardo tende la sua linea d’orizzonte,
cercando punto di riferimento
nella parte di coscienza incorruttibile
che fluttua, fragile, nel silenzio.
Su distese di ranuncoli acquatici:
- coppe allargate,
a ricevere il seme dell’alba -
si spoglia, l’anima, s’abbandona,
soffiando sulla debole corrente, ancora,
un altro entusiasmo, sotto questo cielo
di cui assume la dolcezza,
esorcizzando, fra un respiro e l’altro,
il male che cova, nell’ombra,
il suo odore di belva.
Swan
*
- Ma tu, chi sei, vieni dal nord? -
Scivolando coi pinguini sul pack del polo sud,
evito il freddo della folla alla metro,
le cerimonie, rose pompon, l’anoressia d’amore -
Le memorie obliterate:
un sorriso stemperato di fronte all’abisso,
poco prima del requiem di Naide,
che smarrita la gravitazione di madre,
ripeteva la visione dell’ora:
- ma tu, chi sei, vieni dal nord?
nell’atmosfera satura, sei così pallida;
la bellezza è deperibile, verso nuova innocenza -
(ma la colpa dov’è)
(ma la colpa, cos’è)
Qui sono libera -
sulla mappa, solo un graffio d’unghia,
una realtà trascendente -
sono un soffio di raccoglimento, sfuggente,
simile all’acqua che mi ha vista nascere.
(ma l’amore, dov’è)
(ma l’amore cos’è)
Swan
*
- Come frutto spaccato -
L’ignota corrente del tempo, scorre,
dentro le mie sponde incerte.
Intrappolata dai dettagli,
chiamo a m o r e (troppe volte)
spremendomi in solitudine,
come frutto spaccato.
In queste notti l e n t e,
serve della luna,
non bastano carezze, a voce opaca -
non bastano scintille d’occhi, soli,
a nutrire stelle aggrappate alle tenebre.
Non basta latte di lupa a saziarmi di risposte,
e rami d’ulivo insanguinati, a lenire la malinconia.
Non si può fermare il volo di una tortora,
né uccidere il fiore rosso dei sogni.
Occorre scegliere, ora -
per non rinascere ancora
in cicli di vite, fatte di sedie vuote.
Swan
*
- Attraverso le vene del sole -
Siamo fuggiti nel futuro, stanotte – per amarci -
rientrando poi, attraverso le vene del sole.
Per ogni mio sussulto – mischiami al tuo sangue, così -
liberandomi da tutto ciò che mi trattiene a terra:
che argilla mantenga impronta leggera -
e se i miei occhi ritorneranno appesi agli spiriti,
se mi vedrai affondare nel sonno del fiume,
incidi sul palmo il patto che rossostilla,
come succo di melagrana,
affinché m’acquieti, distesa, sul tuo sapore.
Swan
*
- Quando nel vaso colmo -
L’amore: uno scorrere che non finisce in coaguli -
è parola chiassosa che si distende – umida -
sulla fecondità delle ore, a godere,
sfumature fruscianti di seta, dove dita
premono nascita e promesse di morbida sorte.
Dovunque, è l’amore: ingordo lucignolo intrecciato,
brucia un legame vivace, e vestiti di baci,
si s v e g l i a n o gli amanti -
si svena l’alba, inondando di rosso,
lo sguardo bistro della notte.
Un po’ così, è la vita -
un po’ così è l’amore:
tortora che plana lieve sulle mani bucate,
un po’ così, s’inarcano i glicini al sole
fino ad ustionarsi,
un po’ così, ondeggia il colibrì alle carezze,
del vento delicato,
e un po’ così, si scioglie ricciolo di brina
arpionato al cuore -
un po’ così, si sta ad ascoltare,
fra ciclamini e peschi in fiore,
un po’ così, ci si lascia amare, da questo popolo
caduto dalle stelle,
un po’ così
un po’ così…
e tu, mi sei caro,
come le stelle mai stanche
di boccioli nuovi e notti scintillanti,
di sorrisi innocenti e salti a raganella,
corse fra i papaveri, alla luce dei tramonti,
agli occhi le carezze
e ai baci,
mi sei c a r o.
Con questi versi di frutto delicato, insegnami a scansare
il vento sottozero, quando il rullio del cielo, si fa sporco
e buca il bozzolo di crisalide -
e farfalla di seta vibra -storta- insanguinata, sputando
uncini d’inutile ricerca, da collezionista.
Quando i caprioli si nascondono sotto al letto e la periferia
del nucleo è senza un’anima.
Quando nel vaso colmo, la goccia forma il cerchio e tutto
s’espande e fuoriesce, fuori e s c e
f u o r i esce
fuoriesce, ad allagare il mio pulciaio d’illusioni,
ma non è banale, siamo in bozza; la vita, è in bozza:
si può sempre fare meglio.
Cuccuruccuccù, dice Battiato.
La vita ci sfiorò ma ci tenne prigionieri.
Swan
*
- Nata randagia -
Nata randagia, da uovo di cuculo,
dove carbone tinge notte,
verso lune di latte,
nel nuovonido di conchiglie.
Scossa da archetti di vento,
bisbiglio che amore non è
- parola slogata -.
amore non è – giglio cresciuto
nei ritagli di tempo -.
Tagliando a sangue l’orizzonte,
la sorgente pulsavita,
e timpani sprangati alle baruffe
ascolteranno a n c o r a
il frullio d’una libellula.
Swan
*
- Vestiti di baci -
Dovunque, è l’amore:
ingordo lucignolo intrecciato,
brucia il legame vivace,
in punta di dita,
fruttate alla bocca -
vestiti di baci, si svegliano gli amanti
e si svena l’alba,
inondando di rosso
lo sguardo bistro
della notte -
Swan
*
- Sfumature fruscianti -
L’amore: uno scorrere finito in coaguli -
e parole chiassose si distendono – umide -
sulla fecondità delle ore, a godere,
sfumature fruscianti di seta, dove dita
premevano nascita e promesse
di morbida sorte.
Swan
*
- Dal cilindro esce il buio -
Dal cilindro esce il buio: Alice lo sa, Alice, lo sai.
e goccia di latte trattiene – impudica -
sul ventre a conchiglia,
dove amore,
amore
è già stato. E’ già stato e sarà,
Alice lo sa. Alice, lo sai.
Lo sa quanto costa -
il suono di pioggia nel timpano,
nel battito, dice che amore non è
giglio sporco di terra, e sangue non lava.
Sangue rimane -
rimane, fino alla fine. Fino alla fine.
Swan
*
- Viva -
Il vento è un vestito attillato, alla luce dei gigli,
incastonati nella notte -
Girando il dito sul tuo profilo,
fatto di cerchi d’acqua dolce, finirò i secondi,
- a sforbiciate – sul timore di scoprirmi v i v a.
Swan
*
- PastoCrudo -
Vento a nove code, sulla gola chiara,
e indaco, spezzato a piombo -
le dita incurvano l’attesa e il freddo,
sulle unghie -
e l’uomo di passaggio, calma la tormenta
soffiando polvere di terra e baci -
poi, scintilla un sortilegio, frusciante, d’alba rossa
dove – tutt’al più – il sangue al pasto crudo
sgorga caldo.
Swan
*
- Ti sorseggiavo un attimo fa -
La senti la canzone della terra?
è un rosso, crudo, senza scintillio e senza nome -
e l’uomo: p a r a n o i c a mente, arroccato
si dissocia e soffia il suo calore umano,
sempre più abbreviato -
- io, sono in pausa caffè, l u n g o,
per un ti amo… proiettato sull’istante successivo:
- ti sorseggiavo un attimo fa, ed è già passato,
mentre le labbra imitavano un dispetto.
Swan
*
- Nero mezzanotte -
Nero mezzanotte ricade a tratti,
sullo slancio -
e non ci sono baci a diluirlo,
e sguardi indaco, fino a domani.
Conto rovesciato:
occhi di bimba, ancora sull’abisso.
(Alice lo sa,
e ingoia l’unghia del diavolo)
Bocca di donna -
ali di sconto
e rose,
sul lamento:
- dai alle cose il valore che hanno
e non avrai più paura -
Mentalità analgesica, la mia:
coagula il dolore,
poi lo silenzia.
Swan
*
- L’attimo -
Affogando lo sguardo nello yogurt,
sicura d’amore, non so vivere l’attimo,
che ne voglio subito un altro
e un altro ancora, a cucchiaiate.
Quando i sorrisi affioreranno al tatto
e l’odore del sangue sarà vivo,
correrò spesso, da una stanza all’altra,
ad abbracciarti.
Swan
*
- Vieni con me? -
Tu, amore, che sai distinguere la fonte c a l d a,
al gelo – vieni con me? -
Ti porto sugli iceberg grigio-azzurri
a cercare un papavero v i v o di pulsioni,
per scuoterne l’ Es senza p a u r a, inseminando i corpi
di nascita malata,
che attraversano le strade al mattino, presto,
in fuga
affondando nei passi, e le parole:
che anche questo giorno, forse,
è già acqua passata.
Swan
*
- La libertà dei lupi -
L’aria che vive la foresta,
parla dei labirinti dell’uomo:
sono tutti a spigolo o a spirale
e non si abbracciano
nella locanda della terra -
non sentono la libertà dei lupi
e il suono dei tamburi,
si ripiegano su una fumata nera,
impegnati a contare
i capelli dei diavoli.
Swan
*
- Se sono -
vivo questo stato di veglia
come fenomeno d’interferenza -
non ho nome: il segreto si rivela
alla fonte dei miei lapsus -
ma se sono acqua e aria
se sono roccia e luce
se sono un soffio di vita
in un’alba insolita,
se sono legata al tempo
allora
devo scorrere.
Swan
*
– Mi sono persa -
mi sono persa, fra gli amici,
srotolando parole spinate
per recintare le mie fragole,
coltivate nel deserto.
Swan
*
- Nell’argento degli occhi -
Mi piace il mare, in collera
con l’ozio degli scogli -
mi piaci tu, quando tagli le reti
e riaffiori da silenzi a vertigine
nell’argento degli occhi
verso l’acqua libera.
Swan
*
- Da qualche parte -
voglio macchiare questa luna
stasera, di china rossa -
l’inchiostro, tinge pallide vene
e sbocciano rose, su trame oniriche
il vento s’inarca, su danze celtiche
e un volo interminabile, immortale,
della passione mia poi la tua voce,
amata e quelle labbra schiuse.
Swan
*
- Cade distante la notte -
Cade distante il nero
sconfessato
come un cattivo ospite
e l’oro del deserto si fa rosa -
- di giorno non sarò notte
per amarti e di notte, giorno
ma soltanto vita nuova -
e il nome difettoso della morte
non sarà frusta alla gola
né tempesta d’aghi
dentro agli occhi
Swan
*
- La storia nei tuoi occhi -
Due biglietti e popcorn, al sogno:
dentro l’orologio delle comete
ruotiamo un passo fra i colori
lapidando le tonalità spiacevoli del grey,
un quarto d’oceano dall’iride
e l’ultima versione del pensiero
con l’aggiornamento -
L’altro lato della vita:
la spiaggia delle rose,
da una distanza, il vento -
poi, il sentimento
e sotto l’ala – a m o r e -
Swan
*
- I colori dello Scoiattolo -
Copre i colori dello Scoiattolo,
la neve artificiale -
stende bianco, ai nuovi cercatori,
per non condizionare con tracce reiteranti,
di lune e polvere di stelle, nel punto
dove il vento danza,
a n c o r a in vita -
- L’identificazione graduale dell’uomo,
gradisce insegnare al mondo, ciò che già è -
Come ultima volta, balla, il rifugiato,
cerca nuova tana di sé,
cancellando, distrattamente,
la sua origine -
Swan
*
- La Poesia: non dirle che l’ami -
Soffia, il drago,
i r r e s i s t i b i l e,
così vicino a me -
preme l’artiglio, nella mia carne,
viva -
ottiene i miei sogni, i segreti -
e ancora scava, s c a v a e
libera,
poesia -
Swan
*
- Metà perenne, di ogni divisione –
Dicotomia, fra sentimento e ragione -
la chiave di passaggio verso l’unione, è ipersensibile,
alle maiuscole -
- metà perenne, di ogni divisione -
intorpidita volontà, che gira in tondo,
sui cerchi del fascino, della fortuna.
Una serata solitaria, apre la porta al libro
che raccoglie il nostro verbo,
amando per amare ogni genere di gente -
una ricerca d’equilibrio,
fra gli eccessi, gli alti e bassi -
perché il diavolo non è crudele, ma povero,
se gli si toglie il travestimento,
da un tono all’altro,
inverso -
Swan
*
[Divertissement] – Voglio slacciare i lampi -
E’ sfera instabile, la Luna,
stasera -
Voglio slacciare i lampi, all’amore,
rendere il tatto s e n s i b i l e.
Dal sonno immortale,
premo l’unghia,
alle labbra -
liberando il colore scioccante,
a dissetare la lingua
che s c i v o l a -
Swan
*
- Ho bisogno di una canzone -
Salva il mio errore favorito
dall’arresto dell’ultimo battito -
tira le radici del mio sonno
e la coda dell’angelo -
ho bisogno di una canzone
perché cadendo ho capito l’amore
e la sua immortalità -
Swan
*
- Lune -
Il sangue può fluire e rifluire,
ma è dal frantumarsi del guscio,
che esce amore -
amore che ci prende,
si rende a noi,
lasciandoci liberamente scorrere
sulle onde, che oscillano,
quando i transiti godono
il silenzio -
lontano,
dai lunghi corridoi a serpentina,
lontano dalla stanza buia, dei non giochi
e dalle violazioni di un codice,
così mortali -
lontano -
e vicino
a ciò che più siamo,
mettendo a nudo lune
di sangue e d’anima
e rivoluzioni
solari,
in noi -
Swan
*
- Germi divini -
Non credere ch’io perda il volo ancora a lungo
e possa rinunciare a ciò che è scritto
nel mio codice.
Tu mi traduci un luogo d’appartenenza
che riconosco solo a tratti.
- La terra del fuoco è instabile:
è fascino, che mi o s s e s s i o n a -
ma consulta l’orologio e dimmi dov’è finito
l’appuntamento con i viaggi, su spirali superiori
e con il libro che raccoglie tutti i canti,
al nascere
e al morire -
dei guardiani d’altitudini.
Ed io, che mi dilato le pupille,
cercando il bandolo, che non esiste
sopra perni che si rompono,
nel buio stretto.
Non credere, ch’io perda il volo,
ancora a lungo.
Swan
*
- Slego un bacio al sonno -
Dall’ultimo quarto di Luna,
ascolto il silenzio:
- è canzone d’amore -
Stesso sangue, tu ed io,
così c a l d o -
respira a fondo, nel suo centro
insieme ai Guardiani,
che cancellano tracce
ai cacciatori
di taglie.
Selvatica emozione, l u m i n o s a,
nella fascia sottile -
mi attrae, disordinatamente
mi spaventa.
Stretta ai miei lupi, slego un bacio al sonno -
e non ci penso più -
che la notte sta per cedere
a un altro addio.
Swan
*
- Occorrerà prendere lezioni di volo -
L’amore dal lungo respiro è piacere palpabile:
odora di muschio selvatico, a volte magiostra -
poi, implacabile scorre di sangue,
appena tagliato
nelle vene dell’anima -
frrrr a g i l e sulle note stridule;
- sensibile alla gravità -
Occorrerà prendere lezioni di volo, per non cadere più
dalle nuvole:
(se ascoltassi la tua gelosia,
sarei piena di lividi)
Precipitare dall’abbraccio è vertigine, e si chiude il riccio -
ma di sopravvivenza, le curve custodiscono memorie:
mi troverai sempre, in qualche luogo seduta in un angolo,
gli occhi chiusi,
ad ascoltarti, un po’ di più.
Swan
*
- Sorvegliando i sentimenti -
Ha inghiottito gli spiriti,
il – Bambino dentro -
da giorni è il suono di un violino
senza voce:
- affrontare i demoni,
non significa sempre vincere -
a volte, si può anche morire,
ed io sono g u e r r i e r a
che si dichiara sconfitta
al primo taglio.
Swan
*
- A che ora passa la prossima slitta -
Otto husky e Solitude, proiettano sul bianco
i colori del sesto senso:
si allungano,
le ombre.
- L’identificazione, realmente ama riconoscerti bambino -
Così, le onde luminose -
svegliano la sensibilità di queste notti.
Ascolto il minuto l u n g o -
affamata come un lupo,
e custode d’angelo,
ti chiedo:
- a che ora passa la prossima slitta,
quella che va diretta al punto,
senza fermate,
senza coincidenze -
Swan
*
- Nell’aria stasera –
Se tu volessi veramente
di nozze d’anima e di picnic sull’etere
in debito di fluido imponderabile
riaccendere azzurri lapidati -
- e poi s o f f i a r e ossigeno
sui rossi delle vene -
No, non è m a l e,
non è intossicazione,
è ciò che siamo, è ciò che ci neghiamo -
è tutto e il t u t t o -
e poi l’Unione
del serpente al cerchio.
Swan
*
- AcquaFuoco -
Dove la vita passeggia nel sonno,
visioni convesse, bruciano rivelazioni:
- io sono riferimento di qualcosa
che porta un nome impronunciabile
e scappo, per sopravvivere all’antico cacciatore -
Ho una taglia sul capo, da sempre,
o una spada, o soltanto una colpa senzapatria -
(il vero colpevole, si nasconde, ancora, dentro di me)
Ballo male nell’oscurità
e inciampo spesso nel mio caos -
Solo tu,
sei la mia armonia -
e che io sia d’acqua o di fuoco o di me soltanto,
non importa, è sempre amore.
Swan
*
- Dell’amore -
L’Immenso è all’interno, affamato
di colori che curvano l’anima -
gli orologi non si lasciano p r e n d e r e
dal panico e il mio nome è superstite.
Swan
*
- Gli angeli delle rose vengono dal libro dei giorni -
L’acqua cadente copre
la luna di ottobre -
balla il creatore della pioggia
sulla terra sacra del lupo
e la canzone chiama tempesta
- picchia sulla filigrana dell’angelo -
Un libro sull’acqua culla
misericordia: rose degli angeli
in un giorno senza pioggia.
Anche le cadute -amale- due volte,
sugli azzurri della strada a mezzanotte -
poi buttale in pasto agli sconosciuti
e cerca l’aroma quieto.
Swan
*
- Inversione del tempo sul sonno -
Allieva ipnonauta, Alice, porta un drago guardiano con sé,
sulla navigazione retroattiva del telos.
La più scrutata è l’io di bimba -
p e n e t r a t a dall’osservatore,
che porta un nome spaventoso:
è Psiche -
(Alice lo sa
e si nasconde)
Sarà un percorso ventoso
una causa finale -
inversione del tempo
sul sonno -
dove lo sfondo,
rannicchiato
è ancora in subbuglio.
Swan
*
- Una prima colazione -
E’ forse una maledizione, questo amore,
o l’inverso accanto,
sull’orlo del giudizio:
- appena sulle punte, a trattenere l’equilibrio -
Una prima colazione sulle tue ginocchia,
che forse è questo l’andamento -
il senso del mio esistere,
e il tuo,
con me -
E lento, ti trattengo,
all’interno dei minuti,
stringendo il sapore dell’impulso
fra le labbra,
per non lasciarti più.
Swan
*
- In una serata d’amicizia -
Ombre d’ozio giocano alla vita mondana,
fra argenti barocchi e insalate al limone -
(preferisco la mia coperta di lana bianca
con orlo grigio)
Grigio -
non è il mio tempo;
io amo il rosso e un’amaca per due
da dondolare come un ventre caldo
e morbido,
profumato di vin brûlé
in una serata d’amicizia.
Swan
*
- Mi ricordo del luogo che non conosco -
La stanza profuma di caffè,
io di solitudine -
ma la pioggia bagna i due mondi
e li unisce:
- mi ricordo del luogo
che non conosco -
Siamo schegge di un unico corpo,
il cui capo è in alto
e la canzone è quella giusta
se parla d’amore.
Allora, persino le pietre
sapranno fremere
e tutti coloro che ci sfiorano
vedranno biancheggiare – Uri -
e cristalli di pace,
nella culla dei giorni.
Swan
*
- Il freddo nelle voci -
Qualcosa è accaduto, dentro al viaggio,
in queste notti e siamo in bilico
- amore suscettibile -
sul divenire, se non tagliamo i viveri ai silenzi,
ricomponendo la distanza
e il freddo nelle voci,
sospese, e il senso perso
di levitazione,
in mezz’acqua tonica.
Accenderemo l’anima intorno al fuoco
consacrando olio sulle palpebre,
limando artigli alla paura.
Vibratili virtù in corrispondenza
slegheranno immagini, ad indicare il nucleo
nella visione, di lunghi tempi d’assonanza -
e soffierà forte, il drago,
sulle sue meraviglie:
- tu vuoi il mio respiro, accanto,
io voglio te,
nel mio -
Swan
*
– Amore d’uomo -
Scalzo di dubbi, amore d’uomo,
mi solleciti di baci e ti fai serio,
sull’espressione di un capriccio -
dimenticando
che ho occhi svegli di memoria
e tremiti, che ancora ne trattengo l’eco
nei paradossi delle vene,
si concede il ricordo al sangue
ai morsi di parole
e a volte, inesorabilmente, si diviene
ciò che è stato.
Swan
*
- Mi aprirai? anche se ho fatto tardi –
Non è abbastanza fuori orario,
Il mondo, per il mio fuso.
Oggi, ero in Australia,
per prendere lezioni dai canguri:
- saltano così bene gli ostacoli -
(a me, solo i nervi, ultimamente).
Poi, sulla sera, slittando in Alaska,
per rinfrescarmi le idee e le p a s s i o n i,
ho ritrovato il biglietto di ritorno:
che sbadata, lo stringevo fra le labbra.
Ora, sono a un pensiero da te,
una distanza di pochi battiti.
Mi aprirai?
anche se ho fatto tardi.
Swan
*
- Che tempo fa? -
Per conquistare l’altra metà del cielo,
ho corrotto il pilota con un bacio: – che tempo fa? -
che previsioni passa questo volo d’alta quota,
a volte instabile, con virate colleriche.
Un susseguirsi d’affascinanti intervalli e di planate,
- preliminari, sulle efelidi -
poi l’atterraggio morbido, seguendo i fuochi accesi
dagli indigeni e il s i l e n z i o:
che questo
è un ballo riservato.
Swan
*
- Noi siamo -
Siamo anime assetate di luce
lancette strappate dal tempo,
siamo ali di cielo
chiamate a volare -
siamo polvere di comete
lacrime di rugiada sul fiore -
noi siamo quei passi
dall’alba al tramonto
siamo l’attesa, l’amore,
noi siamo.
Swan
*
– Vestimi la solitudine -
imprimi memorie al tatto imprimi memorie
e scrutami segreti al tatto e scrutami
sotto tremuli sipari segreti sipari
di ciglia rugiadose tremuli di ciglia
coprimi la solitudine – vestimi la solitudine -
devota ti laverò i piedi con foglie di corrente
con foglie di corrente e lino selvatico
e lino selvatico io squarcero’ ogni tela
e schiacciando poi premero’ per te
l’ultimo ragno in predazione succo di fragole
spremerò succhi di fragola devota
sigillando ogni commento.
Sigillando ogni commento
con un bacio. Con un bacio.
Swan
*
- Respira piano -
Distenditi con me
sull’amaca del tempo
soffia i tuoi giorni sui miei
- respira piano amore -
che passi il dolore
come un treno in corsa
e si dimentichi di noi
Swan









