da: “Documenti”
da Serie ospedaliera (1969)
Cercando una risposta ad una voce inconscia
o tramite lei credere di trovarla – vidi le muse
affascinarsi, stendendo veli vuoti sulle mani
non correggendosi al portale. Cercando una riposta
che rivelasse, il senso orgiastico degli eventi
l’ottenebramento particolare d’una sorte che
per brevi strappi di luce si oppone – unico senso
l’azione prestigiosa: che non dimentica, lascia
i muri radere la pelle, non subisce straniamenti
da Documenti (1976)
Ho venti giorni
per fare una rivoluzione: ho
altri venti giorni dopo la rivoluzione
per conoscermi
mio piccolo diario sentenzioso
Tana per
le fresche menti
le parole,
un pugno
chiuso che le garantisce
la mia più imbattibile ragione d’essere.
Il nemico le strappa le vesti
la felicità è un micro-organismo nell’interno
dell’infelicità
nel cimitero
non sa smettere di essere felice.
*
Se mai nella mia mente disperazione
ebbe luogo: se mai nel mio cuore dubbio
ebbe posto: se mai nei miei piedi forza
urtò: se mai nella mia lacerata mente
si curvò l’uragano.
Se mai nel mio piede ebbe posto la violenza
era per sottrarmi agli altri che preparai
lo stambugio: se mai vi fu una violenza
era per prepararmi agli altri.
Se mai nella mia mente nacque il desiderio
d’essere io stessa vittima e carnefice
se mai nel mio cuore obbediva il carme
della desta porta alla speranza.
*
I fiori vengono in dono e poi si dilatano
una sorveglianza acuta li silenzia
non stancarsi mai dei doni.
Il mondo è un dente strappato
non chiedetemi perché
io oggi abbia tanti anni
la pioggia è sterile.
Puntando ai semi distrutti
eri l’unione appassita che cercavo
rubare il cuore d’un altro per poi servirsene.
La speranza è un danno forse definitivo
le monete risuonano crude nel marmo
della mano.
Convincevo il mostro ad appartarsi
nelle stanze pulite d’un albergo immaginario
v’erano nei boschi piccole vipere imbalsamate.
Mi truccai a prete della poesia
ma ero morta alla vita
le viscere che si perdono
in un tafferuglio
ne muori spazzato via dalla scienza.
Il mondo è sottile e piano:
pochi elefanti vi girano, ottusi.
*
Tu non vivi fra queste piante che s’attorcigliano
attorno a questo mio piede senza vasi, e
non hai nella tua linea alcuna canzone per
questi miei versi sterili ora che tu non
avvicini le tue labbra strette a questo mio
corpo ombrato.
Tu non appari a chiarire il mistero della
tua non-presenza, tu non stimoli i fiori
in corona attorno al mio polso, rotto perchè
non posso tenerti vicino. La luna ha anch’essa
un pendio misericordioso ma tu non agganci
stretti fili alla mia mano che tanto lontana
non può sollevare i pesi della tua testa
rotta dai singulti.
Temo di fare con la mia presenza scempio
delle occasioni, ora che tu non rinverdisci
l’orizzonte. Temo di apparire strana, confusa,
e belare quest’incomprensione. Temo di stendere
vigne vuote sul tuo piede scarlatto. Non
ho altro sorso dalle tue arse labbra che
questo mio empio mistero, noia del giorno
spaccato in mille schegge.
da La libellula
La santità dei santi padri era un prodotto sì cangiante ch’io decisi di allontanare ogni dubbio dalla mia testa purtroppo troppo chiara e prendere
il salto per un addio più difficile. E fu allora
che la santa sede si prese la briga di saltare
i fossi, non so come, ma ne rimasi allucinata.
E fu allora che le misere salme dei nostri morti rimarono per l’intero in un echeggiare violento,
oh io canto per le strade ma solo il santo padre
sa dove tutto ciò va a finire. E tu le tue sante brighe porterai ginocchioni a quel tuo confessore
ed egli ti darà quella benedetta benedizione
ch’io vorrei fosse fatta di pane e olio. Dunque
come dicevamo io ero stesa sull’erba putrida
e le canzoni d’amore sorvolavano sulla mia testa
ammalata d’amore, e io biascicavo tempeste e preghiere e tutti i lumi del santo padre erano accesi. La santa sede infatti biascicava canzoni puerili anche lei e tutte le automobili dei più ricchi artisti erano accolte tra le sue mura;
o disdegno, nemmeno la cauta indagine fa si che
noi possiamo nascondere i nostri più terrei difetti, come per esempio il farneticare in malandati
versi, o lagrimare sulle mura storte delle nostre ambizioni: colori odorosi, di cera, staglíati
nella odorante stalla dei buongustai. Ma nessun
odio ho in preparazione nella mia cucina.solo la stancata bestia nascosta. E se il mare che
fu quella lontana bestia nascosta mi dicesse
cos’è che fa quel gran ansare, gli risponderei
ma lasciami tranquilla, non ne posso più della tua lungaggine. Ma lui sa meglio di me quali
sono le virtù dell’uomo. Io gli dico che è più felice la tarantola nel suo privato giardino,
lui risponde ma tu non sai prendere. Le redini
si staccano se non mi attengo al potere della razionalità lo so tu lo sai lo sanno alcuni ma ugualmente la cara tenda degli scontenti a volte perfora anche i miei sogni. E tu lo sai. E io
lo so ma l’avanguardia è ancora cavalcioni su
de le mie spalle e ride e sputa come una vecchia fattucchiera, e nemmeno io so dove è che debbo prendere il tram per arricchire i tuoi sogni,
e le mie stelle. Ma tu vedi allora che ho perso anche io le leggiadre risplendenti capacità di chi sa fregarsene. Debbo mangiare. Tu devi correre.
Io debbo alzar.Tu devi correre con la coda penzoloni. Io mi alzo, tu ti stiri le braccia in un lungo penibile addio, col sorriso stretto e duro sulla
tua bocca non troppo ammirabile. E cos’è quel
lume della verità se tu ironizzi? Null’altro
che la povera pegna tu avesti dal mio cuore lacerato. Io non saprò mai guardarti in faccia; quel che desideravo dire se n’è andato per la finestra,
quel che tu eri era un altro battaglione che io non so più guerrare; dunque quale nuova libertà
cerchi fra stancate parole? Non la soave tenerezza di chi sta a casa ben ragguagliato dalle alte
mura e pensa a sé. Non la stancata oblivione
del gigante che sa di non poter rimare che entro
il cerchio chiuso dei suoi desolati conoscenti;
la luce è un premio di Dio,ed egli preferì vendersela che vedersela sporcata dalle tue oblivíonate mani. Non so cosa dico, tu non sai cosa cerchi, io
non so cercarti. Nel mezzo di una luce che è
chiara e di un’altra che è la cattiveria in persona cerco il ritornello. Nel mezzo d’un gracile cammino fatto di piccole erbe trastullate e perse nella sporca terra, io cerco, e tu ti muori presso un albero infruttuoso, sterile come la tua mano.
0 vita breve tu ti sei sdraiata presso di me che
ero ragazzina e ti sei posta ad ascoltare su
la mia spalla, e non chiami per le rime. Io
allungo le gambe e vendo i parafanghi con un
color prezioso, tu ti stilli contento in un luccichio di cattive abitudini. Io mordo la mela per sostenere queste mie deboli vene al collo che scoppia di
pena, e la macchina urla più forte della mia sensata voce. Io non so cosa voglio tu non sai
chi sei, e siamo quasi pari…







