Ora è la volta delle stanze, dei luoghi che non esistono, quelli che
vengono su ad istanti, di sbiego, e sono sempre dove si è cessato di
guardare o non si guarda ancora, proiezioni e riflessi in un
prolungamento dello spazio vengono fuggevoli a galla nei sogni del
sonno o in quelli che scorrono incessanti in noi e solo a momenti
sentiamo: la scala non cessa lassù al pianerottolo sotto il lucernale,
s’apre aul muro la porta d’un altro appartamento – oh la scarsa luce
dalle imposte accostate, il respiro d’inchiostro disseccato, la
polvere dei libri e del tarlo, i copia-lettera oppressivi – è il
parente di generazioni più addietro mai esistito se non forse in una
fotografia (ch’era d’un altro!) avvizzita.
Così una sera, spenti ancora i lumi, il coperchio d’una stufa coi suoi
trafori chiamò l’ingresso d’una fuga di stanze su la parete.









