Paul Celan

Attraverso le rapide

Attraverso le rapide
della tristezza,
sfiorando
il nudo specchio delle piaghe inferte:
lì si fanno fluitare i quaranta
tronchi di vita
scorticati.

Unica tu, nuoti
controcorrente, tu
li conti, li tocchi
tutti.

*

Con alterna chiave

Con alterna chiave
tu schiudi la casa dove
la neve volteggia delle cose taciute.
A seconda del sangue che ti sprizza
da occhio, bocca ed orecchio
varia la tua chiave.

Varia la tua chiave, varia la parola
cui è concesso volteggiare coi fiocchi.
A seconda del vento che via ti spinge
s’aggruma attorno alla parola la neve.

*

Corona

L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici.
Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a
camminare:
lui ritorna nel guscio.
Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca fa profezia.

Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
noi ci guardiamo,
noi ci diciamo cose oscure,
noi ci amiamo come papavero e memoria,
noi dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio sanguigno della luna.

Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci
guardano:
è tempo che si sappia!
È tempo che la pietra accetti di fiorire,
che l’affanno abbia un cuore che batte.
È tempo che sia tempo.
È tempo.

*

Cristallo

Non alle mie labbra cerca la tua bocca,
non davanti alla porta lo straniero,
non nell’occhio la lacrima.

Sette notti più alto erra il rosso verso il rosso,
sette cuori più profondo batte la mano alla porta,
sette rose più tardi sussurra la fontana.

*

Fuga dalla morte

Negro latte dell’alba noi lo beviamo la sera
noi lo beviamo al meriggio come al mattino lo beviamo la notte
noi beviamo e beviamo
noi scaviamo una tomba nell’aria chi vi giace non sta stretto.
Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive
che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d’oro.

Margarete egli scrive
egli s’erge sulla porta e le stelle lampeggiano egli aduna i mastini con un fischio
con un fischio fa uscire i suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra
ci comanda e adesso suonate perché si deve ballare.

Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte
noi ti beviamo al mattino come al meriggio ti beviamo la sera
noi beviamo e beviamo.
Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive
che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d’oro.

Margarete i tuoi capelli di cenere Sulamith noi scaviamo una tomba
nell’aria chi vi giace non sta stretto
Egli grida puntate più fondo nel cuor della terra e voialtri cantate e suonate
egli trae dalla cintola il ferro lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
voi puntate più fondo le zappe e voi ancora suonate
perché si deve ballare.

Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte
noi ti beviamo al meriggio come al mattino ti beviamo la sera
noi beviamo e beviamo
nella casa vive un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca colle serpi.
Egli grida suonate più dolce la morte la morte è un Mastro di Germania
grida cavate ai violini suono più oscuro così andrete come fumo nell’aria
così avrete nelle nubi una tomba chi vi giace non sta stretto.

Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte
noi ti beviamo al meriggio la morte è un Mastro di Germania
noi ti beviamo la sera come al mattino noi beviamo e beviamo
la morte è un Mastro di Germania il suo occhio è azzurro
egli ti coglie col piombo ti coglie con mira precisa
nella casa vive un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
egli aizza i mastini su di noi ci fa dono di una tomba nell’aria
egli gioca colle serpi e sogna la morte è un Mastro di Germania.
I tuoi capelli d’oro Margarete,
i tuoi capelli di cenere Sulamith.

*

Giocando con asce

Sette ore della notte, sette anni di veglia:
giocando con asce
tu giaci nell’ombra di cadaveri eretti
- oh tronchi che tu non abbatti! -
ed hai a testa lo sfarzo del voluto silenzio,
ai piedi il ciarpame delle parole:
e giaci così e giochi con asce
finché tu al pari di queste sfavilli.

*

Grata di parole

Occhio tondo tra le sbarre.
Palpebra, sfarfallante animale,
voga verso l’alto,
fa passare uno sguardo.

Iride, natante, opaca e senza sogni:
sarà prossimo, il cielo, grigio-cuore.

Storta, nel beccuccio di ferro,
la scheggia fumigante.
Al senso che la luce prende
tu indovini l’anima.

(Fossi io come te. Tu come me.
Non sottostanno forse
al medesimo vento?
Siamo estranei.)

Pavimento. Sopra,
l’una accanto all’altra, le due
pozzanghere grigio-cuore:
due
bocconi di silenzio.

*

Nei fiumi a nord del futuro

Nei fiumi a nord del futuro
io lancio la rete che tu
esitante aggravi
con ombre scritte
da pietre.

*

Porto

Risanato: do-,
se tu fossi come me, nel
sogno incrociato da colli
di bottiglie d’acquavite al
tavolo delle meretrici.

Coi dadi la mia fortuna raddrizza, chioma marina,
l’onda ammucchia che mi regge, negra ingiuria,
rompiti il varco
tra le viscere più calde,
penna di glaciale affanno,

do-
ve mai
non verresti per giacere con me, fin
sulle panche
di mamma Clausen, certo lei
sa quanto spesso con la forza del canto
fino alla tua gola risalii, trallalli,
come nel suo blu di mirtillo
il domestico ontano fronzuto,
luttrallallà,
tu, come astrale
flauto da spazi
oltre il dosso del mondo – anche laggiù
nuotammo, nudi nudi, nuotammo
sulla fronte
infocata i versetti dell’abisso – incombusto
si scavava l’infero
flutto dell’oro
le sue vie verso l’alto -,

qui,
con cigliate vele,
pur la memoria sfilava, gli incendi
balzavano oltre a rilento,
divisa, tu,
distaccata
sulle nero-azzurre chiatte
del ricordo,
eppure spinte tuttora dal plurimo arto
con cui ti tenni,
incrociano dinanzi a bettole stellari
le nostre ancora ebbre, le sempre protese bocche
di un mondo accessorio – nomino soltanto loro -

finché laggiù, sulla torre-orologio color verde-tempo,
la rètina, il quadrante senza un suono

si sfaglia – un dock di follia,
alla deriva, su cui
le maiuscole delle
gru giganti stampano in bianco anti-mondo
un nome nullo, su di esso
s’arrampica , per il tuffo suicida,
il carrello Vita,
e tutto
lo dragano a vuoto, passata
mezzanotte, le frasi avide di senso,
ad esso
getta il nettunio peccato la sua
gomena color acquavite,
tra
dodecafoniche
gementi boe d’amore
- allora erano brezze
tra carrucole di pozzo, con te canta
nel coro che non è più d’entroterra -
giungono danzando le navi-faro
da lontano, da Odessa,

la linea d’immersione,
che con noi affonda, fedele al nostro peso,
frange in burla tutto questo
all’insù e all’ingiù – perché no? risanato, do-, quando -
di là e per di qua e di là.

Aureola di cenere dietro
le tue sconvolte-annodate
mani al trivio.

Tempo trapassato al Ponto: qui,
una goccia,
sull’affogata
pala di remo,
in fondo
alla promessa pietrificata,
lo risolleva, stormente.

(Lungo la verticale
corda di respiro, a quel tempo,
più in alto che in alto,
tra due groppi di dolore, mentre
la fulgente
luna tartara s’inerpicava fino a noi,
io m’internavo in te e in te.)

Aureola
di cenere dietro
a voi, mani
del trivio.

Orrendo, ciò che, da Oriente, il caso
vi gettava davanti.

Nessuno
testimonia per il
testimone.

* * *

Una volta, la morte ebbe accesso,
tu ti nascondesti in me.

* * *

Preconscio sanguina
due volte dietro la tenda,
conscio
stilla.

*

Salmo

Nessuno ci impasta più di terra e argilla,
nessuno alita sulla nostra polvere.
Nessuno.
Lodato sii tu, Nessuno.

Per amor tuo vogliamo
fiorire.
Incontro
a te.

Un nulla eravamo, siamo, rimarremo, fiorendo:
la rosa di
Nulla, di Nessuno.

Con il pistillo animachiara,
lo stame cielodiserto,
la corona rossa
della parola purpurea che cantammo
su, oh sulla spina.

Zona di neve, inalberata, fino all’ultimo,
nel vento ascendente, dinanzi
alle baite defenestrate
per sempre:
sogni radenti spazzano
sullo striato ghiaccio;
sbozzare
le ombre di parole, accatastarle
attorno all’arpione
nel tonfano.

*

Schibbolet

Assieme alle mie pietre,
nutrite con il pianto
dietro le sbarre,
mi strascinarono
al centro del mercato,
là dove
si dispiega la bandiera
cui io non prestai giuramento.

Flauto,
doppioflauto della notte:
pensa all’oscuro
gemello rosseggiare
a Vienna e Madrid.

Metti a mezz’asta la tua bandiera,
memoria.
A mezz’asta
per oggi e per sempre.

Cuore:
fatti conoscere anche qui,
qui, al centro del mercato.
Gridalo, lo Schibboleth,
nella patria estraniata:
Febbraio. No pasaran.

Einhorn:
tu ben conosci le pietre,
ben conosci le acque,
vieni,
io ti porto laggiù,
ti porto alle voci
di Estremadura.

*

Stretta

Trasferito nella
landa
dalla traccia inconfondibile:
erba, divisa da scritte. Le pietre, bianche,
con le ombre degli steli:
Non leggere più – guarda!
Non guardare più – va’!

Va’, la tua ora
non conosce sorelle, tu sei -
sei a casa. Una ruota, lenta,
sfila da sè, i suoi raggi
rampicano,
rampicano su nerastro campo, la notte
non richiede stelle, non vi è posto
ove si chieda di te.

Non vi è posto
ove si chieda di te.

Il luogo, ove essi giacquero, quel luogo
ha un nome – e non ne ha
alcuno. Non lì, essi giacquero. Qualcosa
giaceva frammezzo a loro. Essi
non vedevano oltre.

Non vedevano, no,
essi discutevano di
parole. Non vi fu
risveglio, il
sonno
venne su di loro.

Venne, venne. Non vi è posto
ove si chieda…

Sono io, io,
io giacqui frammezzo a voi, io ero
aperto, ero
udibile, vi mandavo un ticchettio, il
vostro respiro si adeguava, sono
ancor sempre io; voi
dormite.

Sono ancor sempre…

Anni.
Anni, anni, un dito
tasta in giù e in su, tasta
intorno:
suture, palpabili, qui
si schiude largo un vuoto, lì
s’è colmato, concrescendo – chi
lo ricoperse?

Ricoperse – chi?

Venne, venne.
Venne una parola, venne,
venne attraverso la notte,
voleva luccicare, luccicare.

Cenere.
Cenere, cenere.
Notte.
Notte-e-notte. – Va’
all’occhio, umido occhio.

All’
occhio, va’,
umido…

Uragani.
Uragani, da sempre,
turbinio di particelle, il resto,
tu
lo sai bene, noi
lo leggemmo nel Libro, ed era
opinione.

Era, era
opinione. Come
ci afferrammo
l’un l’altro – con
queste
mani?

Era anche scritto, che…
Dove? Noi
vi stendemmo sopra un silenzio,
nutrito di veleno, grande,
un
verde
silenzio, un petalo, cui s’univa
un’idea come di pianta -
verde, sì,
s’univa, sì,
sotto perfido
cielo.

Cui, sì,
come di pianta.

Sì.
Uragani, turbinio
di particelle, restava
tempo, restava,
di tentare con la pietra – essa
era ospitale, essa
non ti tranciava la parola in bocca. Quanto
bene stavamo:

Granosa,
granosa e fibrosa. Striata,
densa;
uvata e radiata; glomerulosa,
levigata e
grumosa; sciolta, ramificata:
essa, la cosa
non ti tranciava la parola, essa
parlava,
amava parlare ad occhi asciutti, prima di chiuderli.

Parlava, parlava.
Era, era.

Noi non mollammo, restammo
dentro, un
corpo poroso, e la cosa
venne.

Venne a noi, venne
attraverso, ricucendo
invisibile, ricucendo
l’ultima membrana,
e
il Mondo, un Millecristalli,
rapprese, prese forma.

Rapprese, prese forma.
Poi…

Notti, frante. Cerchi,
verdi oppure blu, quadrati
rossi: il
Mondo investe il suo intimo
nel gioco con le ore
nuove. Cerchi,
rossi oppure neri, quadrati
tersi, nessuna
ombra d’un volo,
niente
geodesia, nessuna anima di fumo
si leva e sta al gioco.

Si leva e
sta al gioco…

All’imbrunire, impietrita
la lebbra,
fuggite
le nostre mani, nell’
estremo ripudio,
al di sopra
del vallo antiproiettile
presso il muro interrato:

nuovamente
visibili: i
solchi, i

cori, in quel tempo, i
salmi. O,
osanna.

Dunque ancora
vi sono dei templi. Una
stella, certo,
ha luce ancora.
Nulla,
nulla è perduto.

Osanna.

All’imbrunire, qui,
il conversare, grigio come il giorno,
delle tracce d’acqua profonda.

(Grigio come il giorno,
delle
tracce.
Trasferito
nella landa
dalla
inconfondibile
traccia:
erba.
Erba,
divisa da scritte.)

*

Todnauteburg

Arnica, Eufrasia, il
sorso dalla fonte con sopra
il dado stellato,
nella
malga,

la riga nel libro
- quali nomi accolse
prima del mio? -,
la riga, in quel libro
inscritta,
d’una speranza, oggi,
dentro il cuore,
per la parola
ventura
di un uomo di pensiero,

umidi prati silvestri, non spianati,
orchidee selvatiche, sparsamente,
più tardi, in viaggio, parole crude,
senza veli,
chi guida, l’uomo,
che anche lui ascolta,
percorsi a
mezzo, i viottoli
di tronchi sulla torbiera gonfia,
umidore,
forte.

I nomi, tutti,
pronunciati all’indietro,
l’ultimo, fatto re
con i nitriti
dinanzi agli specchi di brina,
assediato, accerchiato
da plurinascite,
la fenditura sul colmo,
che attraversa lui e implica
te, isolato.

* * *

Tu giaci tutto teso all’ascolto,
attorniato di arbusti, di fiocchi.

Va’ alla Sprea, alla Havel,
va’ ai ganci da macelleria,
alle rosse stanghe di mele
venute di Svezia.

Arriva il tavolo con i doni,
e gira attorno a un Eden.

L’uomo fu ridotto a un colabrodo, la donna
dovette andar per acqua, quella troia,
per sè, per nessuno, per ognuno.

Il canale della Landwehr non mormorerà.
Nulla
ristà.

*